Capitolo 12 – Lucy

Capitolo 11 – Derek

Alzo gli occhi dai fogli che mi sono stati consegnati questa mattina per cercare di capire che ora è, mi pare di essere chiusa qui dentro da una vita. Rivedrò mai la luce del sole? No, di questo passo non credo proprio. Cerco di non distrarmi più di tanto perché’ alla fine se resto concentrata teoricamente finisco prima e me ne posso andare. Nonostante tutto l’impegno che ci metto è comunque difficile. Vorrei solamente lanciare tutto via e andare a prendere un gelato, restare seduta su una panchina sotto il sole. È da quando ho salutato Derek che continuo a pensarci, non riesco a farne a meno. Quella semplicità che mi ha mostrato penso abbia sconvolto tutto il mio essere. Non pensavo nemmeno che fosse una cosa possibile. Ho sempre voluto una vita movimentata, viaggiare e festeggiare, eppure ora voglio solo una passeggiata in un parco. È da pazzi, me ne rendo conto.

-Lucy?- La voce di Robert mi riporta alla realtà. Gli faccio cenno di sedersi in una delle due poltroncine davanti alla mia scrivania. -Tutto bene?- Chiede.

-Sì sì, sto bene, mi sto solo annoiando.- Provo a rassicurarlo anche se non so quanto io ci riesca. Mi conosce da anni, è praticamente il mio migliore amico e sono certa che abbia capito benissimo cosa non va.

-E allora perché non metti tutto da parte e vai via prima? O deleghi tutto ad altri.-

-Perché vuol dire lasciare troppa libertà a quelle persone che mi ritengono inadatta per questo posto. Hai visto come Smith mi guarda? È l’incarnazione del classico cliché, il suo cognome è solo un’ulteriore conferma di questo.-

-Beh, immagino sia difficile lavorare per una donna con la metà dei tuoi anni e senza sudi nel campo dopo che tu ti sei fatto un culo grande come una casa.- Robert mi guarda con espressione divertita, come se nemmeno lui desse importanza a ciò che ha appena detto.

-C’è chi può e chi no.- Dico alzando il mento con un piccolo sbuffo prima di scoppiare e ridere, già più tranquilla. Amo parlare con Robert, alla fine mi tira sempre su di morale.

-Comunque non penso tu pensassi a questo prima. È per lui? So che siete usciti ieri.-

Annuisco appena, non sapendo di preciso cosa dirgli. Non ho nulla da nascondere, anzi… in verità non ho nulla di davvero interessante da dirgli. Mi sono trovata bene con Derek, avrei voluto che non finisse, ma oltre a questo che dovrei dire? Non ho aneddoti divertenti o mezze recensioni di ristoranti costosi. Non so nemmeno come raccontare cosa è successo fra di noi.

-Non è successo nulla di eclatante, se è questo che stai chiedendo…. Mi ha portata al parco, abbiamo mangiato tramezzini e bevuto champagne da bicchieri di plastica.- Dico ignorando lo sguardo sconvolto di Robert. -Gli avevo chiesto di portare la chitarra, ha suonato per me, e poi mi ha riaccompagnata a casa. Gli ho chiesto di entrare e mi ha raccontato un po’ della sua famiglia, poi l’ho accompagnato fuori.- Concludo mordendomi appena il labbro quando un flash di lui che mi spinge contro la portiera chiusa della macchina mi appare davanti agli occhi.

-Niente di niente? Nemmeno un bacio?- Alza un sopracciglio guardandomi. Non so che dirgli, anche se non vedo il perché nascondermi. Sa che siamo andati anche oltre, è stato lui a venirmi a prendere quella mattina.

-Mi ha baciata, sì… è stato… non lo so come è stato.- Ammetto in difficoltà. -So solo che vorrei rifarlo al più presto.-

-E allora perché non uscite di nuovo?- Robert si stiracchia, guardandomi in attesa.

-È in tournée.- Mormoro. -Domani dovrebbe partire, non so quando lo rivedrò, non so… non so se ne vale la pena. Come andrà avanti poi? Non è nemmeno di qui, non avrebbe motivo di tornarci dopo.-

-Questo perché non lo lasci decidere a lui? Parlatene, ti vedo più tranquilla da quando ci sei… beh, finita a letto.- Dice guardando ovunque tranne che nella mai direzione. -Diciamo che non ero d’accordo con la tua condotta quando l’ho saputo ma vedere che ti fa sorridere più del solito è bello. Penso che a questo punto meriti una possibilità, che voi due meritiate una possibilità.-

Ascolto le sue parole e non posso che dargli ragione. Tentare non nuoce a nessuno. Almeno parlargli, vedere come la pensa lui. È quasi divertente e infantile il modo in cui abbiamo ignorato tutto questo. Potevamo parlarne ieri sera ma non l’abbiamo fatto.

Quando Robert esce dal mio ufficio spingo da parte tutti i documenti e i fascicoli che ho davanti e prendo il telefono in mano. Devo chiamarlo, chiedergli di vederci. Non voglio lasciare le cose così, è una situazione assolutamente snervante. Non faccio però in tempo ad aprire la rubrica perché ricevo la sua chiamata. Rispondo scoppiando a ridere e nello stesso istante mi do della stupida. Che sto facendo? Gli rido in faccia?

-Felice di sapere che ti diverti.- Dice lui. Non mi pare infastidito e ne sono davvero sollevata.

-Scusa, è che pensavo di chiamarti e quando ho preso il telefono l’hai fatto tu, è stato strano.- Cerco di spiegarmi velocemente, mentre mi alzo dalla scrivania e mi dirigo verso la parete in vetro per guardare giù, verso le strade della città.

-Sei a lavoro? Posso portarti a prendere una Coca-Cola più tardi?-

-Anche adesso, non e posso più di stare qui… e poi dovevamo uscire, no? Era rimasta come questione in sospeso, se non sbaglio.-

-Hai ragione.- Ammette lui, con un piccolo sospiro. -E poi dobbiamo parlare anche di altro, ma penso tu lo sappia.-

-Già’, domani parti.- Mormoro sedendomi sul bracciolo di una delle due poltroncine sistemate davanti alla finestra. -Meglio parlarne faccia a faccia prima che succeda.-

-Dovrei essere lì in circa venti minuti, ti aspetto giù.- Dice chiudendo la chiamata.

Mi lascio cadere sulla poltrona, le gambe piegate e a penzoloni sul bracciolo. Non capisco questa situazione, è completamente assurda e continuo a dirmelo. Sono cosse che non hanno senso eppure continuiamo a farle, a parlare e uscire come se ci conoscessimo da anni e non da circa tre giorni. Potrebbe essere una bella storia la nostra, ma non la possiamo costruire dal nulla in così poco tempo. C’è chi fa pazzie come sposarsi dopo un mese ma noi… siamo troppo impegnati per fare cose del genere. Per anche solo dare per scontata questa specie di relazione. È terribilmente frustrante, vorrei urlare ma non posso. Mi limito quindi ad alzarmi e a lisciare la camicetta. Prendo la borsa ed esco dopo aver avvertito Olivia che per oggi ho finito.

Derek è esattamente davanti alla porta e senza nemmeno rendermene conto mi precipito verso di lui, baciandolo dolcemente. Subito dopo mi ritraggo allibita dal mio comportamento. Lui si limita a ridere, prendendomi per mano e intrecciando le nostre dita. Come può essere così naturale farlo? Non mi sembra sbagliato, anzi, mi sembra la cosa più giusta da fare anche se non sappiamo praticamente niente l’uno dell’altra e viceversa.

-Sai, sono del parere che tu stia passando troppo tempo a riflettere su tutto questo, sul baciarmi, sullo starmi accanto… dovresti lasciarti andare. L’hai già fatto, non ha senso che ora ti tiri la zappa sui piedi da sola solo per… per cosa? Non spaventare me? Non lo fai, anzi. Siamo in due nella stessa barca.- Dice dopo qualche minuto di camminata. Le sue parole mi fanno agitare e tranquillizzare allo stesso momento. È bello sapere che non sono sola in questa situazione, ma d’altra parte avrei dovuto aspettarmelo.

-Sto pensando che andrai via e che se mi convinco che questo… che noi siamo qualcosa di speciale, qualcosa che scoperto per caso può diventare meraviglioso, ci starò non male ma peggio. Non mi sono mai fidata delle persone, non ho potuto fidarmi nemmeno di mia madre e farlo ora, lanciarmi nel mare in piena tempesta sperando di non affogare…- Mi fermo pe guardarlo, non riuscendo a camminare e parlare al nulla. -Tu andrai via, non hai motivo di tornare qui, e se anche lo facessi quando succederebbe? Non so nemmeno quando dovresti finire questo tour, non so praticamente niente di te se non che mi fai stare bene come noi mai.-

-È questo il problema principale? Il fatto che io me ne vada domani?- Chiede con un mezzo sorriso che mi manda su tutte le furie, ma prima che possa rispondergli male riprende a parlare. -Abbiamo circa tre concerti a settimana, certe volte anche meno… questo vuol dire che potrei benissimo tornare qui fra una tappa e l’altra.- Fa una pausa, guardandomi con determinazione. -E poi fra un po’ avremo due settimane di pausa…. E in ogni caso tu potresti venire a trovarmi in ogni momento, molti musicisti si portano la ragazza o la moglie o quel che hanno con loro, sai? Ti fai davvero troppi problemi.- Conclude e sebbene mi senta meglio cerco di non darlo troppo a vedere. Siamo tutti bravi a dire belle parole, a fare inviti… penso che prima di potermi fidare davvero, prima di lasciarmi completamente andare, dovrò vedere qualche fatto.

-Ti faresti continui viaggi in aereo solo per qualche appuntamento?- Chiedo una volta seduti al tavolo di un bar qualsiasi, il primo che ci è saltato all’occhio.

-Sono convinto che ne valga la pena.- Annuisce ordinando due bibite.

-No, io voglio una Sprite.- Intervengo prima che il cameriere vada via. Lo vedo correggere l’ordine sul blocchetto prima di andare via. Derek mi guarda scandalizzato, come se avessi fatto qualcosa di estremamente grave.

-In che senso preferisci la Sprite alla Coca-Cola?- Chiede poi.

-Il mondo è bello perché è vario.- Dico accavallando le gambe.- E non vedo quale danno rechi a te il mio gusto personale per le bibite.-

-Vero.- Annuisce con serietà. -L’importante è che non sia Fanta, se voglio un’aranciata me la faccio da solo con le arance comprate al mercato.- Conclude facendomi ridere.

Non so come andrà avanti tutto questo, so solo che domani sarò di nuovo sola in questa città, ma sono per qualche ragione convinta che lui davvero tornerà da me. Non frequento un ragazzo da più di cinque anni, da quando la mia cotta al liceo mi ha spezzato il cuore, ma con Derek tutto sembra così facile. Non so nemmeno se potrò davvero aspettare di rivederlo per decidere quanto farmi coinvolgere. Sento che, senza rendermene conto, sono già coinvolta al massimo e mi piace. Mi piace questa sensazione, mi piace avere qualcuno con cui parlare. Voglio conoscerlo meglio e voglio che lui conosca me. Spero solo che tutto questo non cambi.

Mi piace il brivido che mi dà ogni volta che siamo insieme, sta diventando una droga. Una droga piacevole, di quelle che non riesci nemmeno a individuare prima che sia troppo tardi.

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Capitolo 11 – Derek

Capitolo 10 – Lucy

Mi sveglio prima che suoni la sveglia, cosa più unica che rara. Solitamente è un’impresa essere fuori dal letto prima di pranzo se non ho qualcosa da fare eppure eccomi qui, seduto sul bordo del letto. Che ci sto facendo? Non ne ho la più pallida idea.

Ripercorro mentalmente la giornata di ieri e sorrido forse anche un po’ troppo, ma non importa se nessuno mi può vedere. Sono felice così, davvero felice.

Decido di concedermi una doccia prima che qualcuno dei ragazzi si presenti a chiedere notizie, è già strano che sia stato capace di andare a dormire senza intoppi. Probabilmente non mi hanno visto o sentito rientrare o nessuno li avrebbe schiodati dalla mia stanza, me ne rendo assolutamente conto.

Puntuale come poche cose a questo mondo mi ritrovo David seduto sul divanetto sistemato alla fine del letto, in attesa. Sbuffo infastidito, perché non ho chiuso a chiave la porta? Se non ieri sera almeno quando mi sono alzato… quasi quasi prenderei a testate il muro ma meglio di no. Mi faccio forza ed apro completamente la porta del bagno, uscendo e andando verso l’armadio per prendere qualcosa da indossare. È strano avere solo un asciugamano addosso, okay che è praticamente il mio migliore amico ma non mi interessa praticare nudismo al chiuso con lui spettatore.

-Quindi? Non dici niente di niente? Ha fatto così schifo da doverti tagliare la lingua per non parlarne? O ti ha staccato le palle a morsi e per questo ti stai vestendo così velocemente?-

-No, David, nessuna delle due.- Sbuffo voltandomi verso di lui una volta chiusi i bottoni dei jeans. -Semplicemente avevo sonno quindi ho dormito e ora non mi pareva il caso di andare in giro nudo con te a fissarmi.- Mi appoggio con la schiena al muro della stanza, guardando per un attimo fuori dalla finestra che da’ sul parcheggio per controllare la macchina. Devo ridare le chiavi a Michael questo pomeriggio, meglio che abbia tutto il tempo di pagare e restituire la macchina.

-E allora cosa è successo? Come è andata? Le è piaciuta come sorpresa?-

-Penso di sì.- Scrollo le spalle, spostando lo sguardo su di lui. -A quanto pare nessuno l’ha mai portata fuori in questo modo, solo ristoranti lussuosi.-

-Ed è un bene o un male?- Chiede grattandosi la nuca, perplesso.

-Io direi un bene, l’ho accompagnata a casa e mi ha fatto entrare.-

A queste mie ultime parole David salta in piedi con un urlo, alzando le braccia in segno di vittoria. Non capisco il senso della sua reazione ma lo lascio fare, è divertente guardarlo camminare in tondo come se avesse vinto qualcosa di estremamente importante. Quando si ferma emi guarda alzo le spalle, non sapendo che dirgli. Non ho idea di quello che possa voler sapere e non sono ben certo di volergli dire tutto. Teoricamente era un appuntamento nostro, mio e suo, no? Non ho motivo di raccontargli ogni singola cosa. Anche se forse lei lo farà, non lo fanno tutte le ragazze?

-Quindi ti ha fatto entrare in casa.- Dice con voce allusiva. -E dimmi, come era il suo soggiorno?-

-Luminoso, molto.-

-E la sua camera? Ordinata come lei?-

-David, non abbiamo fatto sesso.- Roteo gli occhi, sbuffando.

-Ma come no! Fate le cose al contrario voi? Sì al primo appuntamento e poi solo belle parole?- Chiede scandalizzato, come se fosse la cosa più strana del mondo. Forse non è la più normale ma dubito sia così insolita.

-E se anche fosse non vedo il problema e soprattutto non vedo cosa debba interessare a te.-

-Sono solo il tuo migliore amico, giusto? Devo ricordarti che non ci volevi nemmeno parlare? Grazie a chi siete usciti ieri se non mia? Porta un po’ di rispetto.- Dice alzando il mento con fare altezzoso, più infantile che altro.

-Sei ridicolo.- Gli faccio notare con un mezzo sorriso.

-Non mi interessa, so di aver ragione.-

Vado a sedermi sul secondo divanetto della stanza, in parte a lui, e abbozzo un sorriso mentre accenno al posto in cui era prima. Ci certo non ho intenzione di parlare con una trottola, deve calmarsi e ascoltare. Ha ragione, senza di lui non sarebbe mai successo niente quindi almeno qualche aneddoto glielo devo.

-Abbiamo parlato, nel suo soggiorno, e dopo un po’ mi sono alzato per andare via. Mentre uscivo mi è avvicinata e non ci ho visto più… l’ho baciata.- Ammetto con un mezzo sorriso mentre quelle immagini mi tornano in mente.

Davi mi guarda annuendo, invogliandomi ad andare avanti e quasi mi dispiace infrangere i suoi sogni da ragazzina che tifa per la migliore amica.

-Poi me ne sono andato sul serio.- Concludo cercando di non ridere alla sua espressione delusa.

-Così? Dal nulla? Hai preso e te ne sei andato?-

-Che dovevo fare, eh? Era tardi e stavo già andando via! Dovremmo rivederci oggi.-

-Anche se domani partiamo? Non voglio rovinare il momento o che altro però lo sai anche tu che prima o poi ne dovrete parlare e non vi resta poi molto tempo.-

-Lo faremo dopo, almeno credo. Io almeno ho intenzione di provarci.- Lo tranquillizzo. -Almeno per capire cosa fare dopo la prossima tappa.- Passo una mano fra i capelli cercando di non pensarci più del dovuto. È assolutamente necessario parlarne. Anche solo per decidere che tutto finirà ora… non importa, l’importante è essere d’accordo. -Non voglio essere insistente, ma se lei vorrà continuare un modo lo troveremo, no?- Cerco un po’ di sostegno nei suoi occhi, per mia fortuna non tarda ad arrivare.

-Potresti portarla dai tuoi fra un po’, magari quando abbiamo quelle due settimane di pausa.-

-O se non ha nulla da fare può venirci a trovare, no?- Provo a dire, anche se non del tutto convinto. -Pensi che Michael la lascerebbe fare?-

-Non vedo perché no, che sia lei o una ragazzetta conosciuta durante lo spettacolo… non vedo che differenza faccia per lui. Fra poco vuole controllare anche quante volte pisciamo, almeno questo ce lo lascerà fare…-

-Beh, senza di lui non saremo qui.- Gli faccio notare.

-No, senza di te non saremo qui.- Mi corregge. -Senza te che hai rotto i coglioni a lui e a tutti gli altri fino ad ottenere un colloquio non saremo qui. Lui ha solo fatto pubblicità a dei fighi che sono anche bravi.- Dice con un sorriso mentre si mette in posa.

Scoppio a ridere, annuendo appena alle sue parole. Non posso contraddirlo più di tanto perché è vero, sono io ad aver intasato la segreteria di Michael finche’ non ci ha ascoltati e una volta portato dalla nostra parte sempre io ho cercato di contattare qualche casa discografica. Alla fine gli accordi li ha fatti lui, ma mi piace pensare che mi sono impegnato in tutti questo, che è anche merito mio.

-Beh, allora dopo la chiamo e le chiedo di parlare, le propongo queste soluzioni e vediamo che dice.- Sono convinto delle mie parole.

Non so perché ogni volta l’idea di dover confrontarmi con David mi fa venire male eppure alla fine ne sono felice. David è un po’ come lo sciroppo quando hai la febbre: non ti piace e non lo vuoi prendere ma poi, una volta che stai meglio, sei felice di averlo preso.

Capitolo 12 – Lucy

Capitolo 10 – Lucy

Capitolo 9 – Derek

Mentre scendo dalla macchina con i tacchi in mano mi sento strana. Possibile che davvero mi abbia portata a mangiare dei tramezzini su una coperta al parco? Nessuno l’aveva mai fatto, tutti prenotano i migliori ristoranti per fare colpo.

Lui no.

È anche vero che sono stata io stessa a chiedergli di sorprendermi, ma mai mi sarei aspettata a qualcosa di questo genere. È stato inaspettato ma decisamente bello. Una normalissima giornata. Cose semplici. Non sono forse proprio questa la vera bellezza? Riuscire a vivere spensieratamente in semplicità? Io so per certo che con lui, queste ultime ore, sono state come una boccata d’aria nella mia vita chiassosa e costretta in regole e uffici. Non so nemmeno se posso descrivere come mi sento, so solo che non vorrei mai andare a dormire. Vorrei restare fuori, magari con lui, a bere anche semplice acqua da una bottiglia condivisa. Certe volte non importa cosa hai fra le mani, importa solo la persona che la sta condividendo con te.

-Beh, penso di dover ringraziarti.- Dico prima di chiudere la portiera della macchina.

Lui mi sorride divertito e scrolla le spalle come se fosse la cosa più normale del mondo e forse per lui lo è, sono io quella strana fra i due. Sembra quasi che abbia dimenticato come si viva al di fuori del mondo del lavoro.

-Quando vuoi, direi che ti ha fatto bene… magari con le scarpe adatte alla prossima.- Dice accennando alla mia mano e strappandomi così una risata.

-Te l’ho detto, non mi faccio controllare da altri però sì, magari la prossima volta accetto qualche consiglio.-

-Quindi è un sì al mio invito?-

Inclino la testa di lato non capendo la sua domanda ma poco dopo mi rendo conto di essere semplicemente distratta da lui in generale. Sfodero il miglior sorriso che ho cercando di non passare per una deficiente e annuisco. Non so cosa voglia fare e non so quando dato che fra poco partirà ma dubito che mi interessi davvero. Oggi è stato liberatorio. Sì, liberatorio è la parola giusta. Ho potuto essere me stessa ed è qualcosa che non succedeva da tanto tempo.

-Vuoi… vuoi entrare?- Chiedo poi, senza nemmeno rifletterci. Alla sua espressione sgomenta accenno alla casa che è alle mie spalle. -Non c’è nessuno ed è tardi… sempre se vuoi e se hai tempo.- Aggiungo velocemente cercando di non essere troppo pressante.

È in queste situazioni che mi rendo conto che il problema non è lui, non solamente. Riesco a reggere il suo sguardo senza problemi, riesco a tenergli testa. Vado in crisi perché non sono più abituata ad affrontare un discorso lungo più di dieci minuti con una persona. Non mi ero accorta di quanto tragica fosse la situazione prima di incontrare lui. Vorrei dire molte cose ma non so come, molto spesso finisco col rispondergli male o col metterlo alla prova senza davvero volerlo. Lo tratto un po’ come faccio con i miei dipendenti e colleghi perché è l’unico modo che conosco da due anni. È davvero assurdo come il comportamento umano possa variare così tanto in base alle situazioni e alle abitudini. Devo assolutamente uscire da questa conchiglia e soprattutto devo smettere di spaventarlo con i miei strani comportamenti.

-Mi piacerebbe, se non disturbo.- Mi guarda con un mezzo sorriso e mi ritrovo a gioire internamente. Non si arrende facilmente, a quanto vedo, e direi che è assolutamente un punto a suo favore.

Mi sposto e vado ad aprire il cancello del parcheggio, poi gli faccio cenno di entrare. Richiudo e lo raggiungo camminando sull’erba del prato. Non ho mai voluto asfaltare tutto e in questo momento ne sono davvero felice, i fili sottili e morbidi che mi solleticano la pianta del piede mi danno un sollievo immenso. Costeggio la casa una volta che lo vedo scendere e mi dirigo verso la porta sul retro in modo da non dover abbandonare subito il prato.

-Mica male.- Dice alle mie spalle, facendomi sorridere.

-La fece costruire mio padre per mia madre.- Spiego. -Lei voleva una casa grande, spaziosa e luminosa. Con tante finestre.- Continuo mentre apro la porta scorrevole in vetro del soggiorno. Mi butto poi sul divano con un sospiro di sollievo. -Fai come fossi a casa tua, io mi devo assolutamente riprendere un attimo.-

Derek mi guarda con espressione divertita ma non infierisce sul mio stato pietoso, limitandosi a guardarsi attorno con fare curioso. Direi che è impressionato dalla parete in vetro che da’ sul giardino. In effetti è uno strano spettacolo per chi è abituato alle solite stanze con quattro muri in mattone, ma è anche molto rilassante vedere tutto il verde e i fiori del piccolo roseto che curavo da piccola. Noto che anche lui guarda in quella direzione.

-E’ stato un mio capriccio, avevo circa dodici anni.- Inizio a raccontare. -Volevo vedere delle fate vere e in molti cartoni vivono in giardini pieni di fiori. Me ne sono presa cura per circa una settimana prima di capire che nessuna fata avrebbe mai vissuto nel mio giardino.- Mentre lo racconto mi ritrovo a sorridere. Non ci pensavo da molto tempo, ormai ci sono troppo abituata.

-E ora chi se e prende cura? Mi pare che sia comunque tutto ben tenuto, e i fiori in generale hanno bisogno di attenzioni.-

-Mio padre assunse un giardiniere.- Scrollo le spalle. -Alla fine era venuto fuori che comunque era meglio avere i fiori che avere solo dell’erba da tagliare. Ricordo che quando Marco arrivò la prima volta si mise le mani fra i capelli, era tutto un disastro… avevo piantato i fiori e soprattutto le rose a caso. Se non sbaglio ci ha messo circa un mese a sistemare tutti i buchi che avevo fatto… però ne è valsa la pena. Ormai sono i suoi fiori, non più i miei.-

-Lavora ancora qui?- Chiede quasi sorpreso. Annuisco tranquilla.

-Come ho detto, erano solo un capriccio, che poi siano diventati una bellissima decorazione è un’altra storia. Seguono praticamente il perimetro di tutta la casa e quel roseto…- Dico indicando fuori. -È a forma di cavallo. Al suo interno ci sono anche due panchine e un tavolino. Ci andavo con mio padre a giocare a carte.-

Derek mi si avvicina, sedendosi al mio fianco e allungando le gambe in avanti. Di certo non si fa problemi a mettersi comodo, ma ne sono felice. Alla fine dei conti siamo andati ben oltre il metterci a nostro agio. È strano, siamo stati molto intimi eppure non ci conoscevamo minimamente e a dire il vero nemmeno adesso sappiamo molto l’uno dell’altra e viceversa.

-Quindi la prossima volta posso portarti lì a fare un picnic senza guidare un’ora intera.- Dice accennando una risata. -Perché in effetti non è stata poi la migliore delle idee.-

-Sì, penso sia una buona opzione.- Annuisco divertita. -Abbiamo anche la piscina poco più in là.- Accenno al giardino. Non si vede, ma c’è.

-Quindi è una villa lussuosa.-

-Te l’ho detto, mia madre voleva qualcosa di grande.- Scrollo le spalle.

-Noto un certo fastidio quando accenni a tua madre.- Sento i suoi occhi addosso e non so che fare, alla fine decido che è ancora presto per parlargli di tutta la mia vita.

-Non è stata poi una grande madre.- Mi limito a dire. -Ad un certo punto ha completamente perso la ragione, almeno secondo me. Sono rimasta con mio padre e sono felice che sia successo. Almeno una volta che è andata via sono rimasta tranquilla.-

-Figlia unica quindi.- Annuisco alla sua affermazione. -Io ho tre sorelle.- Aggiunge.

Strabuzzo gli occhi, voltandomi verso di lui incredula. È strano sentire di famiglie così numerose.

-E siamo anche gemelli.- Dice divertito, immagino che la mia faccia sia un misto di stupore e terrore. -Siamo stati un caso estremamente raro.- Dice poi, divertito. -I miei non riuscivano ad avere figli quindi hanno deciso di fare un’inseminazione artificiale… e da qui le mie sorelle, poi fortuna ha voluto che per vie naturali concepissero anche me nello stesso periodo.-

-Ma è possibile? Insomma, mi pare assurdo…-

-Ci sono pur gemelli di sesso diverso, no? Ha funzionato allo stesso modo… almeno per quanto ci ho capito io, non che mi interessi più di tanto pensare ai miei che procreano.- Dice con una smorfia che mi fa ridere. Molto probabilmente lui non si sta divertendo ma tutto questo alle mie orecchie suona davvero assurdo.

-In ogni caso mi sa che devo andare, si è fatto davvero tardi e poi quelli chiamano la polizia se non mi trovano in camera domani mattina.- Dice alzandosi e stiracchiandosi. Non posso far a meno di guardare la maglietta che si alza leggermente scoprendogli l’addome. È stranamente attraente e mi ritrovo a essere curiosa anche se so già cosa c’è sotto. Mi alzo poco dopo, decisa ad accompagnarlo.

-Avete qualcosa da fare domani?-

-No, non che sappia, ma potrebbe benissimo essere la mia memoria che fa schifo.-

Annuisco appena, senza aggiungere altro mentre lo accompagno fuori. Ho addosso una sensazione strana, come se tutto questo fosse sbagliato, ma anche volendo fare qualcosa non saprei cosa. Pensandoci bene mi sembra sia la stessa che ho provato quando quella mattina sono uscita dalla sua camera d’hotel senza più voltarmi o parlargli. Questa volta non voglio parole non dette, anche se magari lui non ha problemi ad andarsene e basta.

Allungo una mano, prima che salga in macchina, e gli afferro il polso. Non capisco nemmeno cosa succeda o quando ma nel secondo seguente mi ritrovo stretta tra il fianco della macchina e il suo corpo. Le sue labbra sulle mie. Accenno appena un sorriso, portando le braccia attorno al suo collo e poi una mano fra i suoi capelli. Ci stacchiamo solo quando entrambi restiamo senza fiato. Non so quanto tempo sia e non m’importa. Mi basta sapere che questa volta non finirà con una semplice occhiata e un silenzio imbarazzante. Forse una delle cose più difficili da fare, forse anche più di un addio, è dare un arrivederci. Dopo un addio, bene o male, non ci si rivede più mentre dopo un arrivederci… beh, quando ci si ritrova tutto può diventare imbarazzante.

-A domani, allora.- Sussurra poi sulle mie labbra prima di salire in macchina e mettere in moto, uscendo e sparendo velocemente dietro l’angolo.

Sembra quasi che sia stato un sogno, un’allucinazione. Passo appena l’indice sulle labbra ma sentendole gonfie per la pressione e i leggeri morsi capisco che era reale. Così reale da togliermi il respiro.

Così reale da farmi paura.

In cosa mi sto cacciando?

Capitolo 11 – Derek

Capitolo 9 – Derek

Capitolo 8 – Derek

Apro gli occhi e osservo il soffitto color crema. È strano, solitamente gli hotel scelgono colori neutri, più neutri di questo. Tendono al bianco, o magari al verdolino… alcuni accennano al giallo o all’azzurro ma non penso di aver mai visto un soffitto color crema. Forse non ci ho mai prestato attenzione io e in verità tutti i soffitti hanno questo colore. Non saprei dire. Che ora le piccole cose mi saltino all’occhio perché non vivo in uno stato di eterna indifferenza? Prima non mi interessava nulla al di fuori di me e della mia carriera. Mi stavano a cuore i ragazzi, i miei amici, e ovviamente la mia famiglia ma nulla di più e nulla di meno. Ora mi meraviglio per un soffitto di un colore caldo.

È esagerato e me ne rendo conto, sembra quasi di essere tornato al liceo quando vedi la ragazza carina che ti piaceva e non sapevi come comportati e allora la trattavi male sperando che lei capisse o che ti venisse a parlare di nuovo, anche solo per insultarti.

Mi faccio forza per uscire da sotto le coperte e mi alzo, stiracchiandomi mentre lancio un’occhiata all’orologio.

11:30

Ho tempo di fare tutto quello che devo fare. Posso pranzare, fare colazione e merenda in tutto questo tempo e penso anche di farlo in questo ordine preciso perché ho voglia di un panino e patatine fritte, più tardi prenderò un cornetto e un caffè. Mi guarderanno tutti come se fossi pazzo ma non mi è mai interessato. Si perde troppo tempo a stare dietro i pareri degli altri. Ci si condanna da soli, ci si chiude in preziose gabbie di cristallo con due piccole grate dalle quali si aspetta il contentino. Perché devono essere gli altri a dirci che siamo bravi, che stiamo facendo bene? Non siamo capaci di capirlo da soli? È una stupidaggine e io non ho alcuna intenzione di perdere tempo ad aspettare l’approvazione degli altri. L’unica che mi serve è la mia.

Dopo una doccia veloce mi asciugo i capelli alla meglio, lasciando che siano liberi di fare quello che più desiderano. Forse li pettinerò prima di uscire, forse no. Mi piace lasciare le cose al caso, certe volte. Tanto essendo mossi e lunghi fanno quello che vogliono in ogni caso.

Sto riordinando un po’ le mie cose in modo da fare i bagagli più velocemente quando sarà il momento quando sento bussare alla porta. Mi affretto ad aprire, curioso. Un uomo su una quarantina mi guarda.

-Mi manda Michael, le devo consigliare questa.- Dice mentre mi mette in mano la chiave di una macchina.

-E come faccio a sapere quale è?- Chiedo alzando un sopracciglio.

-Beh, se la apre con il pulsante fa rumore.- Dice con un sorriso che mi sembra un po’ a presa per i fondelli. -È la prima parcheggiata sulla seconda fila.- Aggiunge prima di andare via.

Chiudo la porta poggiando la chiave sul tavolino dell’entrata e roteo gli occhi. Odio quando le persone si credono migliori di me, ma soprattutto odio le persone che si comportano come avessero una carota infilato dove non batte il sole. Mi viene quasi voglia di tirare loro un calcio fra le gambe per vedere cosa succede, magari entra più a fondo e smette di dare fastidio.

Mi affaccio alla finestra per cercare la macchina poi sorrido soddisfatto una volta trovata. Niente male. Mi pare sia una Fiat. Dovrei scendere per controllare quale modello ma non credo sia una cosa indispensabile in questo momento. Mi limito quindi a fare quello che devo davvero fare: magiare, riordinare, mangiare, prepararmi per uscire e mangiare di nuovo.

***

Una volta pronto mi passo un paio di volte la mano fra i capelli cercando di dar loro una forma che non sia troppo terribile. Non sto andando al mare, ma comunque non posso presentarmi come se mi fossi appena alzato dal letto. Quando mi sento abbastanza soddisfatto dell’apparenza generale esco dall’hotel dirigendomi verso la macchina che ho individuato qualche ora prima dalla mia finestra. Una volta arrivato schiaccio il pulsante e con un sospiro di sollievo la vedo illuminarsi. Se fosse stata quella sbagliata non avrei saputo che fare. Ci faccio un giro attorno, curioso. È proprio bella, mi pare sia una Fiat Freemont Park Avenue. Non ne capisco il nome ma non mi importa, non è questo l’importante.

Salgo e metto in modo, sorridendo quando avverto il motore vibrare. Altro che il furgoncino di mio padre. Tutta un’altra storia. In pochi minuti sono fuori dall’ufficio di Lucy. Non so nemmeno se scendere per aspettarla o meno poi mi rendo conto che non sa cosa dovrebbe cercare una volta fuori quindi vado a poggiarmi contro la macchina, le braccia incrociate al petto mentre accenno qualche sorriso ai passanti che mi osservano curiosi. Non pensavo che aspettare la propria ragazza fuori dall’ufficio fosse una cosa così inaudita.

Propria ragazza? Ma che sto dicendo? Non stiamo insieme, non è la mia ragazza, e di certo non succederà oggi. Non ci si mette con qualcuno solo perché ci si è finiti a letto una volta o più di una volta in una notte.

Dopo alcuni minuti la vedo uscire dalla porta dell’edificio e alzo un sopracciglio. Sul serio? Era così difficile seguire un consiglio? Ha letto solo la prima riga del messaggio?

-Hey, ciao.- Si avvicina con un sorriso sereno, baciandomi una guancia.

Non riesco a capire questo suo modo di fare ma non la fermo. Alla fine, è solo un gesto affettuoso che non supera quello che abbiamo già fatto.

-Ti avevo detto di non metterti dei tacchi.- Faccio notare dopo aver ricambiato il saluto.

-Nessuno mi dice cosa fare.- Risponde con estrema tranquillità. -Vogliamo andare?-

-Te ne pentirai.- Le apro la portiera poi salgo al volante, mettendo in moto e partendo. Sono curioso di vedere la sua reazione. Non è certo vestita per un picnic ma non importa, magari così la prossima volta impara ad ascoltare quello che le dico. Sempre che ci sia una prossima volta.

-Mi stai minacciando?- Sento il suo sguardo addosso ma non mi distraggo, continuando a tenere gli occhi sulla strada.

-No, dico solo ciò che è inevitabile. Te ne pentirai sul serio.-

-Hai la chitarra?- Chiede cambiando argomento.

-Certo, io ascolto le richieste delle persone con cui devo uscire.- Borbotto.

-Ma stiamo andando dove penso io?- Chiede dopo circa mezz’ora di silenzio riempito da canzoni trasmesse alla radio. -Mi porti al parco?

-Dove altro posso suonare la chitarra? Così non disturbiamo nessuno e prendiamo un po’ di aria fresca.-

-È per questo che non dovevo mettere in tacchi? Ho fatto questo parco mille e mille volte, lo posso fare anche questa volta.-

Roteo gli occhi ma non rispondo, non volendo creare discussioni insensate. Lascio che sia lei a decidere cosa può e cosa non può fare. Se ne è così convinta non posso certo dirle di no. Dovrebbe conoscersi meglio di quanto la conosca io.

Una volta arrivati le apro la portiera e, in seguito, prendo una borsa e la chitarra dal retro. Non sono mai stato qui ma quando difficile può essere orientarsi? Sono abbastanza certo che sia come tutti gli altri parchi al mondo: verde e con qualche sentiero da seguire. Prendo quindi la prima via che vedo, inoltrandomi nella vegetazione con Lucy al mio fianco. Spero davvero che tutto questo le faccia piacere, se no mi sentirei davvero stupido e ridicolo. Portare una donna d’affari a fare un picnic. Dopo un paio di minuti noto un posto carino, sotto un albero, e mi avvicino per stendere la coperta che ho comprato per strada qualche ora prima. Appoggio a terra la borsa e la chitarra, sedendomi e facendo segno a Lucy di raggiungermi. Lo fa quasi divertita ma no si oppone. Per fortuna che non ha un vestito ma un paio di jeans e una camicetta. Sistemo fra di noi una bottiglia di champagne, due bicchieri e alcuni tramezzini. Ammetto che quando sono andato a comprare il tutto mi hanno guardato come fossi pazzo ma poco importa ora. Vedere il sorriso sulle sue labbra mi fa dimenticare immediatamente tutto quanto. Stappo la bottiglia versando nei due bicchieri di plastica, poi ne porgo uno a lei.

-Mi hai sorpreso, non me lo aspettavo.- Dice bevendone un sorso. -Però poi dobbiamo tornare a casa, non possiamo finirla.- Aggiunge accennando allo Champagne.

-Non dobbiamo certo finirla ora.- Scrollo le spalle appoggiandomi con la schiena all’albero. -Abbiamo tempo, no? Possiamo finirla domani.-

-Quindi ci vediamo anche domani?-

-Se anche tu vuoi.-

Mi guarda un attimo, quasi sorpresa, poi distoglie lo sguardo portandolo sul terreno mentre sorride. Non capisco cosa voglia dire ma non importa, sembra semplicemente sorpresa. Anche se non capisco il perché, pensavo fosse ovvio che volessi rivederla. Forse per lei non era così scontato.

-Lo voglio, ma poi partirai e casa tua non è qui, non sai quando ci tornerai.- Fa notare, giocando con un filo d’erba.

-Questo, magari, lascialo decidere a me, okay? Se ci voglio tornare lo faccio anche se non ci abito.- Dico prendendo un tramezzino e in seguito la chitarra. Mi sistemo in maniera consona e inizio a suonare una delle melodie che conosco meglio. Mi è sempre piaciuto adattare le canzoni alla chitarra. È meraviglioso avere il potere di trasformare le cose.

-Ha anche delle parole?- Mi chiede curiosa e io annuisco, anche se non so se sia il caso di cantarle. -Me le faresti sentire?-

-Basta che tu non le prenda troppo sul serio.- Abbozzo un sorriso mentre lei ride. Continuo a suonare le corde fino ad arrivare nuovamente al ritornello, la parte che conosco meglio. -Said, I wanna be the one you love. You love, you love. I wanna be the one you touch. You touch, you touch. I can’t think ‘bout no one else no more. Yeah, I wanna be the one you love. You love, you love…-

-Wow.- La sento sussurrare mentre continuo. Quando finisco la canzone metto via la chitarra e la guardo senza saper cosa dire. Nei suoi occhi leggo lo stesso problema. Non sappiamo come comportarci, come relazionarci l’uno all’altra. È assurdo, alla fine siamo solo delle persone, semplicissime persone. -Si è fatto tardi.- Fa notare Lucy dopo un po’ accennando al cielo ormai scuro scopra le nostre teste. Non ci mettiamo molto a raccogliere le nostre cose e a rimetterci in piedi, diretti verso la macchina. Se solo sapessimo dove si trova di preciso sarebbe molto ma molto più facile.

Vaghiamo per diversi minuti cercando di capire quale fosse la strada fatta all’andata ma è inutile, io almeno sono completamente perso. Sconfitto mi volto per cercare Lucy, lei se ci è già stata dovrebbe avere qualche idea, ma la trovo appoggiata a una panchina con espressione sofferente. La raggiungo velocemente, preoccupato.

-Cosa succede?-

-I tacchi, continuiamo a camminare senza una meta e io non ce la faccio piu’.- Mormora. -Lo so che avevi detto di non metterli ma mai mi sarei aspettata a questo… l’ho presa come una battuta.- Aggiunge.

Scuoto la testa e dopo aver sistemato a tracolla sia la chitarra che la borsa la prendo in braccio. Non faccio caso ai suoi occhi sgranati per la sorpresa. Mi limito a continuare la strada, deciso ad uscire da questo parco labirintico. Una volta fuori ritroveremo la macchina, non può essere così lontana. Lucy appoggia la testa al mio petto, dopo un po’, e io mi ritrovo a sorridere come un ebete. Qualche donna ci lancia un’occhiata sognante, seguita poi da un’occhiataccia al marito. Non è mia intenzione creare problemi fra altre persone, però non posso farci nulla; in qualche modo dobbiamo uscire da qui e non possiamo farlo io in piedi e lei in ginocchio.

-Da quella parte, questo punto lo ricordo.- Dice lei dopo qualche minuto, indicando una vietta poco circolata. Seguo la sua indicazione e, finalmente, vedo la luce in fondo al tunnel. I raggi della luna illuminano tutto quello che ci circonda, è stranamente rilassante. Come camminare in un luogo sospeso fra sogno e realtà.

Capitolo 10 – Lucy

Capitolo 8 – Derek

Capitolo 7 – Derek

Guardo i ragazzi che ho di fronte in attesa di qualche colpo di genio, non possiamo essere davvero tutti così stupidi. Almeno uno di noi prima o poi avrà un’idea… almeno spero. Odio tutto questo, non sono il tipo che si fa tutti questi problemi per una ragazza ma Lucy non è una qualunque. Se anche fossi destinato a vederla solo questi pochi giorni probabilmente ne sarei felice. Certo, preferirei vederla ancora per conoscerla meglio. Mi incuriosisce, molto più di qualsiasi altra ragazza abbia mai incontrato. Non saprei dire di preciso cosa mi attrae ma sono assolutamente sicuro che non sia solo il suo aspetto. Trasuda intelligenza ma anche tanto bisogno di amore. Stare in sua compagnia è come essere su una giostra, di quelle che salgono e salgono facendoti sentire impavido prima di scendere in picchiata e lasciarti senza parole. Non so nemmeno bene come descrivere le sensazioni che ho provato con lei. È come se mi capisse, come se ci capissimo e ci accettassimo senza nemmeno conoscerci. Non è questo quello che, teoricamente, tutti cerchiamo?

-Potresti portarla al cinema?- Suggerisce Jackson.

-Sì, così crede che voglia solo pomiciare.- Borbotta Tom.

-Come se nei cinema si facesse solo quello.- Si intromette David con un sorriso a trentadue denti.

Certe volte mi vergogno di essere suo amico. Come fa a essere così inappropriato sempre e ovunque? Ora non so nemmeno se potrò più guardare un film senza pensare che nella poltrona accanto alla mia potrebbero aver fatto cose.

Mi passo le mani sul viso, esasperato. Non credo che unirci per cercare qualcosa da farmi fare domani sia stata una buona idea. Prima lo sembrava ma ora decisamente no.

-Dai, non abbatterti, abbiamo tutta la notte per escogitarti qualcosa.- Prova a rassicurarmi Jack ma non funziona.

-Non posso convocarvi ogni volta che devo uscire con una ragazza, la prossima volta che facciamo? Eh? Non ha senso.-

-Sempre che ci sia una prossima volta.-

-Grazie Tom, sei di grandissimo aiuto.- Sbotto alzando gli occhi su di lui.

-Dico solo che non dovresti dannarti così tanto per un appuntamento. Ne hai avuti altri, no? E poi l’hai vista oggi, ci sei già uscito.-

-Non ho mai detto che sia stato un successo.- Gli faccio notare, alzandomi e prendendo una birra. Poco dopo però uno dei ragazzi me la ruba quindi finisco con il distribuirne una a testa prima di appoggiarmi al muro. Sono stufo di star seduto, non ci riesco più. Vorrei urlare per la frustrazione ma non posso.

Non posso portarla a mangiare fuori perché l’abbiamo fatto oggi. Non posso portarla al cinema perché hanno ragione loro, finirebbe per pensare che non voglio parlare con lei ma solo starle accanto. Non conosco la città quindi non so quali attività siano rivolte ai cittadini. Vorrei sbattere la testa contro il muro e, forse, anche quella di Lucy. Almeno potremmo avere un appuntamento diverso dalle solite uscite.

-Portala al parco.- Dice ad un certo punto Tom. -Passeggiate, le compri un gelato… magari un fiore dal primo venditore ambulante che vedi passare… e parlate. Devi solo cercare un parco che sia abbastanza grande, qualcosa tipo Central Park.-

-Ma dista un sacco da qui.- Fa notare David. -Più che passeggiata diventa un pellegrinaggio.-

-Non mi pare che tu abbia idee migliori!-

-Portala a uno di quei musei interattivi che hanno iniziato ad apparire recentemente. Devono pur esserci tutte le informazioni su internet da qualche parte. Magari dai una letta a cosa c’è scritto e fai anche bella figura.-

-No, l’idea di Tom mi piace di più.- Ammetto. Quando però vedo il mio amico fare gesti poco consoni a David alzo gli occhi al cielo per contenermi e non strozzarlo con le mie nude mani. È assurdo come mi continuino a passare per la testa tutti questi pensieri violenti. Forse sono loro il problema alla loro base. -Bene, quindi, come ci arrivo fino a lì?- Chiedo una volta calmo.

-Non di certo in autobus.-

-E nemmeno in taxi.- Aggiunge Jack. -Se provassi a chiedere una macchina a Michael? Magari ne rimedia uno a noleggio per due giorni. Il tempo che restiamo qui.-

Annuisco ascoltandolo, in effetti come idea non è male. Posso privare a fare andata e ritorno domani mattina prima di uscire con lei giusto per familiarizzare con le strade. Se ci perdiamo, beh… potrebbe essere un’avventura.

-Allora dopo lo chiamo.- Confermo andando a posare la bottiglia vuota sul tavolino situato davanti al divano che i David e Tom hanno colonizzato. È assurdo come possano distendersi in qualsiasi posto senza alcun problema. Sembra quasi che la colonna vertebrale non sorregga il loro peso.

-Ma fallo adesso, poi comincia ad essere tardi e prima di farti questo favore si lamenta per circa due ore e mezza rinfacciandoti che hai interrotto il suo quinto spuntino del dopocena.-

Soffoco una risata ma annuisco di nuovo. Ha ragione. Senza contare che è il secondo favore che gli chiedo in pochi giorni quindi di certo non posso permettermi di averlo contro. Ho davvero bisogno di lui se voglio risolvere la questione domani alle prime ore. Se facessi tutto da solo o con questi tre finirei per non concludere un bel niente o di farlo all’ultimo momento. Preferirei non trovarmi in tale situazione.

Mi allontano dal gruppo con il telefono in mano e cerco fra i vari contatti il numero di Michael. Passano diversi secondi prima che risponda con il solito sospiro che fa ogni volta che riceve una chiamata. Probabilmente vorrebbe lanciare il telefono dalla finestra ma si trattiene perché è praticamente vitale per il suo lavoro.

Cerco di essere veloce e convincente mentre gli spiego in poche parole quello che devo fare e il motivo per cui mi serve una mano. Mi assicura che avrò una macchina nel parcheggio domani mattina, qualcuno mi porterà le chiavi. Mi prega poi di non distruggerla e promette di investirmi con quella stessa macchina se non faccio attenzione con Lucy. Come sempre molto incoraggiante.

Quando torno dagli altri con il sorriso sulle labbra li sento disquisire sul numero di birre che hanno bevuto. Li guardo divertito, dovrei far notare che quelle erano le mie bottiglie e che quindi non c’era un numero fisso a testa? In verità non avrebbero nemmeno dovuto averle fra le mani, il loro posto era nel mio mini frigo.

-Forse è ora che andiate, prima di picchiarvi.- Accenno alla porta. -Non ho voglia di pulire il casino che potreste fare.-

-Ma siamo tanto buoni e carini.-

-Sì, certo, vallo a dire a chi non vi conosce, Jack.-

Aspetto che uno dopo l’altro vadano via e commissiono loro anche il compito di portare via le bottiglie vuote. Sono solo sei quindi basta che ne prendano due a testa. Non sapremo mai chi ha bevuto due birre e chi una dato che non se lo ricordano. Una volta chiusa la porta e rimasto solo mi faccio una doccia veloce per distrarmi. Voglio un attimo di tranquillità. Domani andrà come andrà, non lo posso sapere, ma ora posso godermi un momento rilassante. Almeno mezz’ora la voglio vivere senza l’ansia del domani. Un’ansia stupida e infondata è solo una ragazza quindi cosa può succedere? Che mi dia di nuovo qualche risposta spiazzante? Questa volta sono preparato, so cosa aspettarmi.

Una volta fuori dalla doccia prendo il telefono. Devo farle sapere di domani, almeno darle un indizio.

 

Derek

Domani alle 17:00, dimmi tu dove venirti a prendere.

Non metterti i tacchi.

10:30 p.m.

 

Sorrido soddisfatto rileggendo le poche righe che ho mandato. Semplice e conciso, più o meno come lei tutte le volte che deve spiegare o dire qualche cosa. Non appena inizio a vestirmi sento però il telefono vibrare. Vedere il suo nome sul display mi strappa un sorriso.

 

Lucy

Sono in ufficio, immagino tu sappia già dove si trovi.

Porta la chitarra.

10:35 p.m.

 

Derek

Vedrò di non dimenticarla.

10:38 p.m.

Capitolo 9 – Derek

Capitolo 7 – Derek

Capitolo 6 – Lucy

Forse è stato stupido ma non ho potuto trattenermi, aspettare non è una cosa per me. Non ho mai capito se sono viziato o semplicemente frettoloso, nemmeno i miei amici lo hanno mai capito. Immagino dipenda dal contesto, a questo punto. Per quanto riguarda Lucy, beh, penso che nessuna delle due opzioni vada bene. Deve esserci una terza ragione che ancora non riesco a isolare e analizzare. Non importa, penso di avere abbastanza tempo per farlo con calma nei prossimi giorni. Dubito che lei pensi fossi fuori dal suo ufficio per caso e, in effetti, ha ragione. Non mi aspettavo di andarle addosso, questo è vero, ma in caso di risposta affermativa al mio messaggio volevo farla aspettare il meno possibile. Ovviamente questo perché non ho avuto nulla da fare in mattinata, se no non mi sarebbe mai passato per la testa.

Mentre le apro la porta del piccolo bar che abbiamo scelto mi sembra di notare un’occhiata strana da parte sua. Se ha qualche dubbio sulla mia presenza qui non le posso dare torto, probabilmente anche io mi sarei spaventato. La seguo al tavolino da lei scelto e mi siedo per sfogliare velocemente il menù senza davvero leggerlo. Sono abbastanza sicuro che la pizza si possa trovare ovunque. Aspetto quindi che lei decida prima di intavolare una qualsiasi conversazione.

-Quindi eri così certo che avrei accettato da stare qui e aspettarmi?- Chiede lasciandomi a bocca aperta. Certo che è diretta, molto.

-Se così fosse, sarebbe poi così brutto?-

-Brutto no, forse un po’ da maniaci o disperati… non so dirti di preciso.-

Annuisco appena alle sue parole dato che non posso fare molto altro, sorridendo alla ragazza che viene a prendere le nostre ordinazioni. Mi ha praticamente salvato da una conversazione che iniziava a degenerare. Dovrei lasciarle una mancia che ricambi il favore che non sa di aver fatto.

Quando finisce di scrivere sul suo blocchetto azzurro e va via vedo Lucy che mi guarda pallida con espressione schifata. Mi porto una mano sul viso, cercando di capire se sono sporco, ma poi le scuote la testa.

-Pizza con l’ananas? Davvero? Dio, dovrei andarmene in questo stesso momento.- Dice poi. -Ho dei parenti italiani, probabilmente ti sputerebbero in faccia.- Aggiunge poi.

-Beh, ma non siamo in Italia.-

-Ciò non toglie che io conosca il sapore di una buona pizza e che vederti mangiare quella… quella roba mi farà passare l’appetito.-

-Certo che sei drammatica come poche.- Sbuffo appoggiandomi meglio allo schienale della sedia.

-Sono realista, se non ti piace te ne puoi andare.- Fa un cenno verso la porta con un sorriso divertito, direi provocatorio.

-Lo sei sempre o qualcuno ti ha fatto girare le palle in ufficio?-

-Direi entrambe.- Dice prendendo uno stuzzicadenti per giocarci nell’attesa. -E poi, al massimo, a me girano le ovaie.-

Soffoco una risata per non attirare troppo l’attenzione. Certo che ha proprio un caratterino e un modo di rispondere che può mandare fuori di testa.

-Guarda che lo so che sei donna.- Dico ripensando alla notte passata insieme, di sicuro mi sfugge anche un sorrisino dato che lei mi guarda non troppo divertita.

-Magari sono diventata uomo questa mattina, che ne sai?- Fa notare, cogliendomi alla sprovvista.

-Spero proprio di no, sarebbe un peccato.-

Non riesce a rispondermi perché le nostre ordinazioni arrivano. Dopo aver ringraziato la ragazza di prima apro la bottiglia d’acqua che ho chiesto. Sto stranamente morendo di sete. Lei invece con una maestria sorprendente si versa la birra del bicchiere.

-Vuoi un sorso o hai paura di ubriacarti?-

-Non mi piace la birra, se capita non la rifiuto però se ho alternativa la evito.- Spiego.

-Certo che se non fosse per il tuo aspetto esteriore dubito che ti reputerei un uomo.- Dice scuotendo la testa, quasi provasse pietà per me.

Scelgo di ignorarla e accennare una risata. Non è certo la prima persona stranita da queste mie preferenze quindi direi che ci ho fatto l’abitudine.

-Potrei dire lo stesso di te dato il modo in cui porti avanti una conversazione. Sei intimidatoria, per certi versi.-

-E dimmi, cosa vorresti?- Chiede appoggiando i gomiti sul tavolo e sporgendosi in avanti. -Che arrossissi ogni volta che mi guardi? Vorresti che cada ai tuoi piedi? Beh, scusa ma non è così che si tiene in piedi un’azienda.- Si lecca le labbra con espressione divertita e non riesco a staccare gli occhi dalla sua bocca, faccia fatica anche a seguire quello che dice. -Qualche anno fa l’avrei fatto, ma poi sono rimasta sola in mezzo a uomini di mezza età frustrati dalla loro vita e ho dovuto… come dire… farmi due coglioni così.- Dice formando due bugli con le mani, non so nemmeno se l’idea era di spaventarmi o di incuriosirmi.

Mi limito ad annuire, iniziando a mangiare la mia pizza e ignorando le sue occhiate sempre più schifate. A dire il vero non so nemmeno perché sono qui. Voglio conoscerla meglio? Voglio vederla di nuovo? Voglio solamente portarla di nuovo a letto? Non ho nemmeno molto tempo per decidere ciò che davvero desidero dato che fra poco ripartiremo. È semplicemente assurda questa situazione.

-Mi piacerebbe rivederti.- Ammetto poi. -Quando avrò finito gli spettacoli.- Aggiungo.

Non saprei classificare la sua espressione. È sia sorpresa che compiaciuta. Mi guarda in silenzio, probabilmente nemmeno lei sa cosa dire questa volta. Nonostante ciò però non si scompone e non posso fare a meno di ammirarla. Solitamente vedo ragazze della sua età urlare, svenire, comportarsi in maniera infantile e certe volte imbarazzante. Lei no, è seria e non posso fare a meno di apprezzare questa sua qualità.

-E quando pensi di finirli?-

-Non lo so di preciso, ma abbiamo sempre circa una settimana fra una meta e l’altra… potrei tornare qui quando sono abbastanza vicino.- Forse è troppo, lo so, ma non vedo altro modo.

-Lo faresti davvero?-

-Beh, come ho detto… ti voglio rivedere e non abitando qui lo vedo come unico modo fattibile, almeno per ora e sempre se anche a te interessa.-

-Mi interessa.- Risponde immediatamente, sorprendendomi.

Abbozzo un mezzo sorriso soddisfatto per cercare di nascondere la felicità e non apparire uno stupido ai suoi occhi. Continuo a non capire cosa sta succedendo ma immagino che poco importa ormai. Se la sua vicinanza mi fa star bene non dovrebbe esserci altro da dire. Spero che lei provi lo stesso se no è davvero strano e sicuramente diventerà imbarazzante.

C’è un certo senso di tranquillità ora che ho detto quello che dovevo dire quella sera, o meglio quella mattina in cui l’ho lasciata andare via. Un po’ come quando rimandi una commissione fino all’ultimo e quando finalmente la fai e smetti di pensarci ti senti così libero da saltellare per strada. È sempre così opprimente la consapevolezza di dover agire, di doversi muovere. Forse dovremmo tutti pensare meno e agire di più per non perdere le cose più belle. Ci sono andato vicino, ho quasi perso l’opportunità di rivederla.

-Quindi quanto tempo abbiamo?- Chiede tranquilla, come se parlasse di un qualunque incontro di lavoro, mentre prende il telefono. Forse sono solo questo per lei? Un modo come un altro per passare il tempo? Non posso saperlo e non so nemmeno se voglio, certe volte l’ignoranza rende felici. Per poco, è vero, ma è pur sempre felicità.

-Direi due giorni, poi devo fare i bagagli e non ricordo di preciso a che ora dobbiamo ripartire.- Scrollo le spalle cercando di essere il più disinteressato possibile.

-Allora vedi di inventarti qualcosa da fare domani, sempre che tu non ci voglia provare con la ragazza che ci ha servito prima.- Dice prima di alzarsi, andare al bancone a pagare senza darmi il tempo di rispondere.

Non ho nemmeno il tempo di raggiungerla perché la vedo correre verso una macchina parcheggiata fuori dal locale, ci sale velocemente e sparisce dalla mia vista. In meno di un minuto mi ritrovo da solo in mezzo al locale. Fatico a capire quello che è appena successo, soprattutto a capire il senso di tutto questo. Poteva salutare, mica la mangiavo.

Sospiro sconsolato andando a chiedere il conto ma così non faccio altro che tirarmi da solo la zappa sui piedi. Non mi ha lasciato fare nemmeno questo. Cosa vuole, dimostrare che è indipendente e che non ha bisogno di un uomo? Molto bene, possiamo giocarci in due.

Nemmeno io ho bisogno di una donna, mi basta avere qualcuno accanto nel momento del bisogno.

Esco dal locale calciando un sassolino con un po’ troppa forza. Non so nemmeno se come uscita è adnata bene o ha semplicemente fatto schifo. Tra l’altro io con la cameriera non ci volevo provare, le ho solo sorriso un paio di volte. Non avrei dovuto? Non sapevo che si condannasse anche la gentilezza adesso. In ogni caso devo pensare a qualcosa per domani, non posso semplicemente rapirla e sottoporla ad un interrogatorio per capire cosa le passa per la testa. In effetti sarebbe una buona idea, anche facile e soddisfacente, ma qualcosa mi dice che lei non apprezzerebbe. Magari è solo una giornata no ed è per questo che si è comportata così. Lo spero vivamente o davvero non so dove sbattere prima la testa.

Se potessi strozzerei con le mie nude mani David che mi ha quasi costretto a contattarla. Se gli piace tanto perché non esce lui con lei? Magari glielo consiglio così mi tiro fuori da questa situazione.

Capitolo 8 – Derek

Capitolo 6 – Lucy

Capitolo 5 – Derek

La riunione con il consiglio è andata meglio di quanto potessi sperare e non posso che esserne felice dato che non sono dell’umore di discutere. Probabilmente mi sarei messa a urlare contro tutti i presenti fino a scoppiare a piangere dal nervoso. Per loro fortuna non mi hanno contrariata così tanto da farmelo fare. Percorro i lunghi corridoi dell’edificio fino al mio ufficio. Durante il tragitto scorro gli occhi sui muri così bianchi da accecare se fissati troppo. Quasi quasi rinnovo questo posto dando un colore diverso a ogni parete. Il bianco serve per renderlo luminoso, lo so, papà me lo ha spiegato anni fa, ma poco mi importa. È troppo ordinato, troppo perfetto. Voglio più finestre e più colore.

Chiudo la porta alle mie spalle e mi accomodo dietro alla mia scrivania, quella che era di mio padre. Più che sedermi però mi abbandono alla gravità sprofondando nella soffice sedia d’ufficio. Vorrei quasi nascondermi in essa ma non posso farlo e questo mi dà fastidio. Vorrei essere di nuovo la bambina che veniva a trovare il proprio padre in ufficio e si divertiva a roteare sulla sedia fino ad avere mal di testa. Ora però sono io l’adulto, quella che deve fermare la sedia prima che qualcuno si faccia male.

Sono tentata di chiamare Robert per assegnarli il carico di modernizzare questo posto ma non lo faccio, sarebbe come cancellare con una pennellata di vernice mio padre. Questa era la sua seconda casa, non posso fargli questo. Molto probabilmente, se fosse qui, mi direbbe di fare ciò che desidero in modo da sentirmi più a mio agio ma non credo possa succedere, non ancora almeno. È passato troppo poco tempo e dietro a questa scrivania mi sento ancora una bambina. Una ragazzina che cerca di tenere tutto insieme usando dello spago che però si sta spezzando. Per non perdere questa azienda molto probabilmente perderò parte di me stessa e non so se sono pronta a questo.

Lo squillo del telefono mi sottrae alle mie riflessioni e tiro un sospiro di sollievo, non ci voglio pensare. Voglio dedicarmi ad altro.

-Il suo appuntamento delle 10:00 è arrivato, signorina.- Mi informa la receptionist. -Lo faccio accomodare?-

-Sì, fallo entrare.- Rispondo prima di chiudere la chiamata.

Se questo incontro va a buon fine venderò quelle parti dell’azienda che nemmeno mio padre voleva più. Non posso permettermi di trascinare pesi morti. Le sale concerti fruttano ancora bene mentre il giornale che mamma acquistò per pubblicità, prima di dare di matto, non ci sostiene più come una volta. Pagare alcune inserzioni di tanto in tanto su diverse pubblicazioni costerebbe meno.

-Buongiorno.- Quando un uomo su una trentina entra nell’ufficio mi alzo e gli indico una delle due poltroncine situate vicino alla finestra, o meglio vicino al vetro che sostituisce tutta la parete laterale della stanza.

Prima in quel posto era situata la scrivania ma era strano. Era un po’ come avere un alone di luce attorno e con una giornata di sole le persone non potevano nemmeno guardami in faccia dato che oltre a essere io stessa controluce i raggi del sole amplificati dal vetro ferivano gli occhi di chiunque provasse a guardare avanti. Ora va molto meglio. La stanza è illuminata, io non mi sento una qualche rappresentazione religiosa e le poltroncine offrono un bel panorama da ammirare nei momenti di pausa.

L’uomo si accomoda con grazia, togliendosi la giacca per essere più comodo. Da come mi guarda capisco immediatamente cosa sta pensando ma potrei anche rispondergli per le rime se continua a spogliarmi con gli occhi. Non concluderà nulla di questo passo. Né con me né con l’azienda.

-Ho capito che è interessato al nostro giornale.- Inizio, accavallando le gambe senza staccare gli occhi da lui. -Voglio sentire la sua proposta, spero ne abbia preparata una.-

Mi guarda quasi sconvolto poi con un colpo di tosse si raddrizza sul posto annuendo con sicurezza. I suoi capelli corti, biondi e curati creano un contrasto non troppo piacevole con le iridi scure, molto scure. Non ha nulla a che vedere con Derek, con i suoi capelli abbandonati a se stessi e i suoi occhi come due cieli azzurri in cui volano tutti i suoi sogni, le sue aspirazioni. Mi mordo il labbro così forte da sussultare a quei ricordi che mi continuano a tormentare nei momenti meno opportuni.

-Sì, ho sempre desiderato averne uno da amministrare. Ho notato che non sono fatto per scrivere gli articoli, me la cavo meglio nel coordinare il tutto da dietro le quinte.- Dice con un mezzo sorriso impertinente. Poggiandosi meglio allo schienale della poltroncina e scorrendo palesemente lo sguardo lungo le mie gambe risalendo poi fino al seno. Se non fosse davvero necessaria questa vendita gli tirerei uno schiaffo in pieno viso. Si passa poi una mano fra i capelli cercando di apparire sofisticato ma il risultato è semplicemente imbarazzante.

-E da come mi guarda deve essere frustante dover comprare il proprio sogno da una ragazzina, vero? Soprattutto se la ragazzina sembra interessarle anche in altro modo.- Faccio notare con un certo disgusto. Odio quando mi prendono per stupida.

-Non intendevo offenderla, signorina.- Si affretta a dire, alzando la testa per guardarmi in faccia. Immagino che faccia fatica a non scendere sul mio seno. Tipo esemplare di uomo viscido. Si sporge appena in avanti, prima di aprire bocca di nuovo, ma mi ritraggo prima che possa mettere una mano sul mio ginocchio. -È davvero molto carina, immagino che un sacco di uomini la guardano come faccio io. Con ammirazione e desiderio, sì, ma nella loro forma più pura.- Aggiunge sorridendo.

-È perché non accetto che mi guardino così che sono ancora a capo di questa azienda.- Sottolineo con forse un po’ troppa enfasi dato che lui resta a bocca aperta senza più dire altro. Sono stufa di tutto questo. Dovrei concedermi a lui su quali basi? Perché mi guarda come se fossi un giocattolo? Non lo conoscono e il suo fascino non mi raggiungerebbe nemmeno se fossimo a cinque centimetri di distanza dato che è completamente assente. -Non importa, ignorerò questo suo comportamento inadatto e dato che il giornale non mi serve qualsiasi prezzo andrà bene. Le manderò uno degli addetti alle vendite.-

Il viso dell’uomo è di un colore che non saprei ben definire. È imbarazzato, questo è sicuro, ma non solo. È infastidito e forse anche un po’ umiliato. Credeva di entrare qui dentro, dirmi qualche frase carina, guardarmi e poi avere ciò per cui è venuto praticamente gratis? Forse ha funzionato altre volte ma con me no.

Lo accompagno alla porta dopo aver chiamato qualcuno che svolga tutto il lavoro burocratico necessario. Non appena resto da sola mi fiondo ad aprire le finestre. Mi sembra che la pateticità di quell’uomo sia rimasta nell’aria. Mi appoggio con le braccia sul vetro, lasciando le il vento mi scompigli i capelli. C’è profumo di primavera e ciò mi fa pensare al mare. Non vedo l’ora di poter prendere il sole. Le macchine si inseguono lungo la strada, ai loro fianchi alcuni pedoni si affrettano a finire le proprie commissioni. Immagino che vogliano tornare a casa per pranzo. Io cosa farò? Non ho nessuno da incontrare, con cui scambiare due parole mentre mangiamo la prima cosa che capita in mano. Sospiro rassegnata allontanandomi dalla parete in vetro. Infilo velocemente la giacca e prendo la borsetta. Non passerò il pranzo qui dentro nemmeno morta.

-Signorina, sta andando via?- Chiede Olivia, incerta.

-Pausa pranzo anche per me, non ne posso più di stare qui dentro.- Spiego velocemente. -Spegni pure tutto e prenditela anche tu insieme a tutti gli altri. Penso sia il caso di prendere tutti una pausa.- Olivia non mi risponde e immagino che sia sorpresa da ciò che ho detto ma non mi fermo per controllare che faccia cosa le ho detto. Se vuole impiegare il tempo libero che le ho appena dato continuando a lavorare può farlo, non sarò certo io a fermarla.

Una volta fuori dall’edificio lascio che siano le gambe a decidere dove andrò. Non ho nessuna idea precisa ma questo non mi spaventa. Passo davanti a un negozio di musica e mi fermo per qualche attimo, ascoltando la melodia che si riversa in strada dalla porta aperta.

 

“Heaven knows we love the thrill
No, I don’t wanna play the part
I just wanna dance with somebody
I just wanna dance with somebody”

 

La musica ora mi ricorda sempre lui, e so che non dovrebbe ma non riesco a farne a meno. Nella mia mente è ancora presente la sua voce, l’immagine delle sue dita che suonano la chitarra sul bordo del letto. Cerco di scacciarlo dalla mia mente e in quel momento sento il cellulare vibrare nella tasca dei pantaloni. Lo prendo e leggo il messaggio sorpresa, devo sforzarmi di non urlare in mezzo alla strada. Non dovrebbe essere così strano, teoricamente sono abbastanza rintracciabile, eppure l’idea che si sia sforzato giusto quel poco che è servito mi intenerisce. Mi affretto a rispondere positivamente all’invito a pranzo di Derek. Non appena invio il messaggio faccio un altro passo avanti senza però guardare dove vado e sbatto contro qualcuno che si mette a ridere.

-Dovremmo smetterla di incontrarci così, non credi?- Derek mi sorride divertito, mettendo le mani nelle tasche della giacca. -Se stavi rispondendo a me… beh, immagino che dal sorriso che hai stampato in faccia tu abbia accettato il mio invito quindi che ne dici di non perdere tempo e andare in qualche bar?- Chiede e io annuisco, non so cosa dire e non perché la sua presenza mi mandi completamente fuori di testa ma perché è sbucato dal nulla. Che stava facendo? Si aggirava da queste parti in attesa di una risposta affermativa per poter poi apparire tutto d’un tratto? In questo caso forse dovrei togliermi le belle idee che ho su di lui dalla testa e denunciarlo per stalking.

Capitolo 7 – Derek

Capitolo 5 – Derek

Capitolo 4 – Lucy

Guardo David e alzo un sopracciglio. Continua a parlare da ore, almeno a me sembrano ore anche se l’orologio dice solo cinque minuti. È possibile che una persona dica così tante stronzate in così poco tempo? Non aveva mai raggiunto questi livelli. Mi passo le mani sul viso cercando di attuare la tattica “io non lo vedo allora lui non mi vede” ma non funziona. A quanto pare è disposto anche a parlare da solo.

-Ed è per tutte queste ragioni che avresti dovuto darle il numero.-

A questa frase seguono diversi attimi di silenzio quindi esco dal mio nascondiglio speranzoso di vederlo a bocca chiusa ma in quello stesso secondo riprendere il suo lunghissimo e contorto discorso. Sbuffo e mi accascio sul divano in attesa che la morte mi venga a prendere. Non ne posso più.

-Se ti piace tanto perché non vai a chiederle un appuntamento, hm?- Chiedo.

-Perché non ha passato la notte con me, ma con te. Non te la voglio rubare, è la prima che ti fa provare qualcosa dopo anni. Te lo si legge negli occhi, la vorresti rivedere.-

-Che ne sai? Magari è solo stata una bella scopata.- Faccio notare, alzando le spalle.

-Non puoi sempre fuggire così, lo sai? Una ragazzina ti ha spezzato il cuore al liceo, e quindi? Mica sei l’unico a cui è successo. Sono passati anni, Derek, anni.- Calca sull’ultima parola come se fossi stupido e non la capissi. -Ti prendo a pugni.- Conclude scandendo le parole lentamente, quasi assaporandole. Non so perché percepisco un leggero desiderio in questa frase. Mi vuole prendere a pugni perché non voglio complicarmi la vita? Non ha senso.

-Ma a me non interessa.- Piagnucolo.

Dopo nemmeno cinque secondi sento il naso scricchiolare e qualcosa colare sulla pelle. Mi porto la mano al viso e noto le dita sporche di sangue.

-Ma sei coglione!?- Chiedo scattando in piedi ma subito dopo mi risiedo. Mi gira troppo la testa e non penso sia il caso di cadere a sacco di patate sul tavolino dell’hotel. Non ho voglia di ripagarne i danni.

-Io ti ho avvertito.- Dice puntandomi contro l’indice. -Chiedile un caffè almeno. Ho visto come ti guardava quando è venuta a parlarci. Non vedeva l’ora che tu la degnassi di uno sguardo.-

-Che ne sai, hm? Magari voleva solo questo: una notte. Non sarò così coglione da correrle dietro.-

David mi guarda e si passa entrambe le mani fra i capelli con espressione afflitta. Posso capire il suo punto di vista ma ciò non significa che io debba condividerlo. È stata una bella serata, è vero. Meravigliosa. Ma è finita e non vedo cosa ci sia da inseguire.

-Senti, io ci ho circa provato ma non mi ha dato corda.- Spiego mentre prende un fazzoletto per pulirmi prima di sporcare la maglietta. -Quindi non vedo perché dovrei riprovarci.-

-Perché sicuramente avrai fatto una stronzata o peggio, hai iniziato a fare una stronzata ma non l’hai conclusa.-

Ripenso a poche ore fa e con una smorfia gli do ragione. L’ho fermata ma non le ho detto nulla. Non le ho chiesto di rivederci, non le ho detto che sono stato bene. Nono le ho detto niente. L’ho lasciata andare come se nulla fosse, mi è sfuggita come sabbia fra le dita in una giornata di vento. Avrei potuto provarci ma non l’ho fatto.

Alzo gli occhi su quelli di David e scrollo le spalle. Che vuole che dica? Ormai è andata, non so come rintracciarla. So solo il suo nome.

-Guarda che se vuoi davvero rivederla non è difficile da trovare, sai com’è… era la sua sala concerti.- Mi ricorda il mio amico, andando verso la finestra e guardando fuori. Immagino che come sempre ci siano un centinaio di macchine ammucchiate nel parcheggio in attesa dei loro proprietari. -Quindi se è questo quello che ti frena si può risolvere… se invece sei tu che ti freni da solo… beh, non ci posso fare niente, ma un altro pugno non te lo toglie nessuno.- Conclude dirigendosi verso la porta. Afferra la giacca che ha buttato sullo schienale della sedia sistemata davanti alla scrivania sulla quale ho ammassato le mie cose ed esce.

Mi stendo sul divano aspettando che l’emorragia si fermi. Allungo la mano verso il telefono e accendo lo schermo notando che non ho nessun nuovo messaggio. Non so nemmeno cosa pensare di tutto questo. In un certo senso mi farebbe piacere rivederla, mi è parsa sola. Un cucciolo impaurito che si mostra forte per non essere sbranato. Una piccola tigre che mostra i denti perché ha visto la madre farlo in situazioni di pericolo. Quel desiderio di proteggere non l’ho mai provato, non in maniera così forte, e mi rendo conto che non ha alcun senso. Sono un povero pazzo. Non dovrei nemmeno pensarci, è tutto così assurdo. Tutta colpa di David e del suo atteggiamento del cazzo.

Dopo qualche minuto mi convinco ad alzami per controllare come sono messo. Mi trascino in bagno di malavoglia e fisso la mia immagine riflessa nello specchio. Il naso pare stare bene, sempre che non diventi viola durante la notte. Mi lavo la faccia con acqua ghiacciata, giusto per prevenire il gonfiore anche se so benissimo che dovrei tenere qualcosa di freddo sempre sul posto, non solo bagnarlo. Non ho voglia di cercare del ghiaccio quindi vada come vada, nel peggiore dei casi mi riempiono di fondotinta per il prossimo spettacolo.

Controllo sul calendario le varie giornate e con un certo disappunto mi rendo conto che fra circa tre giorni dobbiamo ripartire. Prima non mi pesava ma ora… beh, le parole di David continuano a vorticarmi dentro come ci fosse un tornato nella mia testa. Sbuffo infastidito. Odio questa vocina che dice “E se avesse ragione?”. Non voglio che abbia ragione ma non ci posso fare nulla, non ho potere su quello che provo. Brutta cosa il subconscio.

Mi guardo attorno, una volta tornato in camera, e osservo il letto ancora sfatto. Fosse per me lo lascerei così ma magari non è il massimo dell’educazione. L’abbiamo distrutto, le lenzuola sono più per terra che sul materasso. Mi appresto a sistemarle per fare qualcosa di diverso dal pensare ma non ci riesco perché mi apre di avvertire il suo profumo.

Dio, ma come ha fatto a entrambi in testa in questo modo? Ma soprattutto… anche se ci rivedessimo che succederebbe? Dovrei comunque partire.

Dopo aver rifatto il letto tiro un calcio all’aria, ringhiando infastidito. Odio pensare così tanto, mi fa sentire un idiota. Preferisco fare finta di non esserlo.

Riprendo il telefono e dopo essermelo rigirato fra le mani più volte mi decido di chiamare Michael. È lui che ci ha portati qui ed è lui che ha organizzato tutto. Magari può darmi una mano. Spero solo che non mi uccida perché’ sono andato a letto con il capo del capo del capo del capo del suo capo… o almeno credo sia una cosa del genere.

-Ciao, mi serve un favore.- Dico appena risponde, senza dargli il tempo di interrompermi. -Avrei bisogno di contattare la signorina che ieri sera hai portato a salutare. E’ davvero urgente, so che posso contare su di te, grazie!- Continuo e chiudo non appena lo sento lamentarsi.

Lancio il telefono sul letto con un sospiro profondo. Ho fatto anche questa, speriamo che non sia una cazzata.

Potrei scrivere a una delle mie sorelle, chiedere qualche consiglio, ma poi diventerebbe una questione nazionale, lo so. Donne, non puoi vivere né senza né con loro. Meglio se tengo questa cosa per me, almeno per ora. David lo capirà immediatamente ma dovrebbe incoraggiarmi dato che è lui ad avermi messo queste stupidaggini in testa, almeno credo che funzioni così.

Allungo la mano per prendere il telecomando. Accendo la televisione cercando un canale che trasmetta musica e quando lo trovo le note di Closer dei Chainsmokers e Hasley riempiono la stanza. Scoppio a ridere, alzando il volume e lasciando il telecomando sul letto mentre porto le braccia dietro alla nuca. Non è esattamente il mio genere però riesco a coglierne l’ironia. Mi ritrovo perfino a canticchiare alcune parole. Chiudo gli occhi e senza nemmeno sforzami le immagini di ieri sera mi appaiono chiare davanti agli occhi quasi fossero collegate con questa canzone.

Il ritornello mi entra in testa di prepotenza e so già che non riuscirò più a togliermelo di dosso per il resto della giornata ma poco importa. Non è poi così brutto, anzi. È una di quelle canzoni che probabilmente non stancheranno nemmeno tra dieci anni. Ricorderanno per sempre a qualcuno un momento preciso. Schegge di ricordi nascosti fra le note. Ad alcuni faranno male, ad altri non faranno effetto. La musica è così, è profondamente soggettiva.

Nelle ore seguenti si susseguono diverse canzoni, pubblicità, di nuovo canzoni e ancora pubblicità ma io non mi muovo. Non ho nulla da fare se non aspettare notizie da Michael e spero proprio che quando arriveranno saranno buone. Mi sento abbastanza stupido adesso, non mi serve una conferma da lui.

Quando sento il telefono squillare quasi non ci credo. Mi sveglio di colpo da quel torpore in cui ho passato tutto il pomeriggio e rispondo con la voce più calma che riesco a trovare.

-Ascoltami bene, non so cosa tu voglia fare con lei ma spero per te che non rovini tutto il lavoro che abbiamo fatto insieme.- Inizia a dire Michael, sospirando pesantemente poi. -Trova un foglio, ti detto il numero che mi hanno dato.- Conclude. Non me lo faccio ripetere due volte e rimedio un pezzo di carta e una penna dal blocco che uso per le canzoni. Quando ho finito di scrivere lo ripeto per sicurezza, poi termino la chiamata e fisso le cifre incredulo.

E ora che ci devo fare? Le mando un messaggio? E che le scrivo? Che David mi ha tirato un cazzotto perché secondo lui devo chiederle di uscire? Potrei chiamarla ma il problema sarebbe lo stesso. E poi potrebbe non rispondere perché troppo occupata con quello che chiama segretario. Sbuffo e salvo il numero in rubrica. Poi deciderò cosa farne, per ora penso di aver fatto anche troppo.

Capitolo 6 – Lucy

Capitolo 4 – Lucy

Capitolo 3 – Lucy

Quando apro gli occhi mi guardo attorno e non riconosco nulla di ciò che mi circonda. Mi alzo lentamente sui gomiti ma così la coperta scivola via, lasciando che l’aria fresca si scontri con la mia pelle per farmi rabbrividire. Piego la testa di lato e solo in quel momento ricordo cosa è successo ieri sera. Mi lascio ricadere sul materasso, rotolando poi su un fianco e sorridendo nel vedere l’ammasso di capelli ondulati di Derek sparsi sul cuscino. È così tranquillo ora, ieri sera non lo è stato per nulla. Gli accarezzo appena la guancia ma ritraggo subito la mano per la paura di svegliarlo.

Quando mi alzo mi rendo conto di essere nuda e di non sapere dove si trovano con esattezza i miei vestiti. Sospiro contrariata dalla situazione, non è esattamente la migliore delle situazioni. Sono abbastanza sicura che questo sia un hotel da come si presenta l’arredamento. Chissà chi mi ha vista entrare, potrei perdere molta credibilità se qualcuno aprisse bocca ma forse è meglio che circolino voci su un hotel e non su un amplificatore. Mi arrendo e apro l’armadio indossando la prima maglietta che trovo, giusto per non essere completamente nuda. Per mia fortuna ho sempre l’elastico al polso e quindi lego i capelli in una coda disordinata perché non mi diano fastidio.

Qualche minuto dopo trovo il mio intimo sotto al letto, insieme alle scarpe. Lo infilo velocemente con un mugolio soddisfatto. Non mi piace stare senza mutande, soprattutto se devo fare qualcosa. L’idea di essere così tanto esposta a chiunque mi possa vedere mi mette a disagio, anche se è qualcuno che mi ha già vista nuda. Quando finalmente trovo il vestito che indossavo ieri sbuffo frustrata nel notare lo strappo in corrispondenza della cerniera. Deve essersi bloccata, non me ne ero nemmeno accorta. Mi ha letteralmente strappato il vestito di dosso e di preciso non so come prendere questa cosa. Forse dovrei sentirmi lusingata, evidentemente gli ho fatto proprio perdere la ragione. Era però un vestito a cui tenevo senza contare che ora non ho come tornare a casa.

-Vuoi già scappare?- Sussulto nel sentire la sua voce. Subito dopo però sento il sangue ribollire nelle vene. Mi volto per guardarlo e scuoto la testa, non sapendo cosa dire. -Allora torna qui.- Mi incita allargando le braccia e prima ancora di rendermene conto le gambe si muovono da sole, raggiungendo il letto. Mi siedo e stringo a lui, appoggiando il viso sul suo petto nudo.

Ha sicuramente qualche anno in più di me, i capelli lunghi e la leggera barba lo rendono estremamente affascinante. Il tutto combinato con quelle iridi azzurre come un lago sotto il sole d’agosto. Sembrano quasi un miraggio. Si sposano alla perfezione con la pelle abbronzata e i capelli scuri. Sento le guance riscaldarsi e sono felice del fatto che non mi possa vedere. Mi sto facendo prendere troppo e non dovrei, non so nulla di lui se non il nome.

-Prima o poi dovrò tornare a casa, lo sai, vero?-

Lo sento mugolare in segno d’assenso ma non aggiunge altro così lascio cadere la conversazione. Mi beo del calore che emana, delle sue braccia attorno al mio corpo. L’ultima vola che mi sono innamorata è finita male e benché fossi solo una ragazzina la cosa mi perseguita ancora adesso, dopo anni. Non sono sicura di volere di più, ieri forse sì ma non pensavo lucidamente. Non che ora, con l’orecchio contro il suo cuore, sia molto meglio però almeno gli ormoni si sono calmati.

Qualche minuto dopo mi sposta al suo fianco, baciandomi il capo e alzandosi dal letto. Non si disturba nemmeno a coprirsi mentre va in bagno e non so se ringraziare per lo spettacolo offerto di primo mattino o se tirargli addosso un cuscino per l’imbarazzo. Insomma, non è poi cosa di tutti i giorni trovarsi un uomo nudo davanti. Non voglio passare per guardano o disperata. Mi lecco appena le labbra secche e mi alzo per raggiungere la borsa che ho abbandonato sul pavimento, all’entrata. Ci butto dentro il vestito rovinato e prendo il telefono, chiamando il mio segretario. Gli chiedo abbastanza imbarazzata di passare in qualche negozio e comprarmi un paio di jeans e una maglietta, dopo avergli detto che taglia mi porto una mano sulla fronte. Non so dove sono, come fa a portarmi le cose senza un indirizzo?

-Ti mando un messaggio con l’indirizzo.- Dico prima di chiudere e aprire la mappa di Google, una volta capito dove mi trovo gli mando l’indirizzo per messaggio e mi avvicino alla finestra, in attesa. Non arriverà mai prima di mezz’ora ma non ho nulla di diverso da fare.

-Chi era?- Sussulto quando due braccia ancora leggermente bagnate mi stringono. Non può proprio smettere di apparire dal nulla? Morirò d’infarto prima che Robert arrivi.

-Il mio segretario, gli ho chiesto di portarmi un cambio. Non posso andare via con la tua maglietta addosso.- Faccio notare mentre lui accenna una risata.

-Eppure ti sta bene.-

Roteo gli occhi. Certo, mi arriva appena sotto il sedere, non c’è da meravigliarsi che gli piaccia. Mi stacco appena da lui e prendo le scarpe mettendole accanto alla porta in modo da essere pronta nel minor tempo possibile. Non penso sia un bene restare qui. È stato bello, sì, ma io ho un’azienda da mandare avanti e lui una tournée da finire. Se anche volessimo provare a vederci di nuovo quando succederebbe, fra tre mesi? No, non ho tempo per queste cose. Come mi ero detta ieri prima del concerto farò di questa esperienza un dolce ricordo da assaporare nel momento del bisogno.

-Sei impaziente di andare via a quanto vedo.- Dice. -Con il tuo segretario.- Lo dice con una punta di fastidio che non riesco a capire. Pensa che gli abbia mentito?

-Robert è il figlio di un amico di famiglia. Avevo bisogno di qualcuno di affidabile e lui si è offerto. Mi resterà accanto finché non troverò qualcuno di più qualificato o… non lo so, finché non troverò qualcuno.-

-E si è offerto solo perché è tuo amico, non perché vuole entrare nelle tue mutande?-

-Che c’è, paura di non essere stato all’altezza?- Chiedo incrociando le braccia al petto.

Mi guarda con disappunto ma non replica, iniziando a vestirsi. In quel momento il telefono squilla. Non voglio più parlare con il signor spaccone quindi apro velocemente la porta per leggere il numero della camera e comunicarlo a Robert. Mi appoggio poi alla porta in attesa di sentirlo bussare.

Con la coda dell’occhio seguo però i movimenti di Derek e mi sorprendo nel vederlo sedersi con una chitarra in mano sul bordo del letto. Inizia a suonare una melodia rilassante che non conosco. Mi mordo il labbro cercando di non cadere in tentazione ma alla fine la curiosità vince e mi avvicino di qualche passo.

-Che canzone è?- Domando in un sussurro, con la paura di rovinare la bellissima melodia. È assurdamente rilassante, mi fa venir voglia di chiudere gli occhi e abbandonarmi alle note.

-Carvinal of rust.- Dice senza alzare gli occhi su di me. -Poets of the fall.- Aggiunge prima di iniziare a canticchiare sottovoce quello che immagino sia il testo.

 

“Come feed the rain

‘Cause I’m thirsty for your love

Dancing underneath the skies of lust”

 

Rimango ipnotizzata e solo quando sento bussare più volte alla porta mi riprendo, andando ad aprire spaesata.

-Ti riporto a casa? Non mi è parso di vedere la tua macchina.- Dice Robert, porgendomi una busta di carta dopo che ho chiuso la porta alle sue spalle. Sento i suoi occhi su di me ma decido di ignorarlo. Non è affar suo il perché io sono qui, mezza nuda.

-Sì, sarebbe fantastico.- Prendo la busta e gli bacia una guancia. -Grazie, torno subito.- Mormoro e mi avvio verso il bagno.

Mi vesto velocemente e dopo essermi lavata il viso mi rendo conto che non si sente più la melodia di prima, anzi, non si sente proprio nulla. Un silenzio assordante che inizia a spaventarmi. Non si saranno mica ammazzati, no? Non ne hanno motivo. Uno è uno sconosciuto e l’altro un amico. Nonostante questo mi affretto ad uscire. Quando li raggiungo noto con disappunto che Robert è appoggiato alla parete che io avevo usato prima. Quella che crea un piccolo ingresso nella stanza. Derek invece si limita a guardarlo in silenzio. Non si parlano. Sono impegnati in due cose a quanto pare molto importanti date le loro espressioni.

-Sono certa che l’ignorare e il fissare richiedano molte energie quindi penso sia ora di togliere il disturbo.- Dico prendendo la borsa e mettendomi le scarpe che avevo lasciato vicino al mobiletto dell’entrata qualche minuto fa.

Robert esce senza salutare ma non ci faccio caso, non è obbligato a parlare con persone che non conosce. Prima che io possa seguirlo Derek mi prende per un braccio. Mi blocco, voltando appena il viso per guardarlo, in attesa di qualsiasi cosa mi voglia dire.

Passano diversi secondi senza che nessuno dei due parli e, alla fine, lui mi lascia andare. Non indago oltre ed esco dalla stanza in cui ho passato la più folle delle notti.

Strano come si possa lasciare alle spalle qualcosa che ti ha fatto stare bene con tanta facilità. Ricordi racchiusi in una camera d’hotel, come fossero gioielli rubati al più pericoloso trafficante. Sembra quasi che non sia nostra intenzione ricordare, eppure so benissimo che una volta a casa, di nuovo sola, è esattamente a lui che penserò. Ai suoi occhi, alle sue mani, al suo sorriso. Alla nostra follia in una notte di primavera.

Capitolo 5 – Derek

 

Canzone citata: Poets of the Fall – Carnival of Rust

Capitolo 3 – Lucy

Capitolo 2 – Derek

Rabbrividisco sotto il suo sguardo e sento l’immediato bisogno di stringermi fra le sue braccia. Ovviamente non posso quindi mi limito ad abbracciarmi da sola. Quello che lui riesce a trasmettere è assolutamente assurdo. Certo, la musica mi è sempre piaciuta ma vedere quella passione, le sue spalle contratte e rilassate allo stesso tempo, mi ha completamente spiazzato. Di questo passo diventeranno molto più che famosi. Scorro lo sguardo sul resto del palco e conto altri tre ragazzi. Quindi una classica band di provincia iniziata perché uno di loro voleva imitare qualche gruppo famoso. Probabilmente sono partiti dal solito garage smesso e ora sono qui. Non so nemmeno se chiedere chi ha avuto l’idea di contattare un manager. Forse erano tutti d’accordo o forse uno di loro si è sentito più impavido degli altri. In ogni caso non importa da dove sono partiti. Conta dove sono ora e cosa hanno fatto a tutti i presenti.

Siamo senza parole, stregati. Vorrei essere insieme a tutti gli altri spettatori per poter urlare a mia volta invece di stare qui, senza parole, a guardarli come fossero un’apparizione. Non è solo lui a essere bravo, lo sono tutti. Mi concentro su di lui perché ci ho parlato ma probabilmente tutto questo sarebbe successo con qualunque membro del gruppo.

Mi faccio da parte lasciando che i ragazzi posino i loro strumenti nel backstage senza ostacoli e mi appoggio ad un amplificatore, in attesa. Non so di preciso cosa gli dirò o se parleremo. Potrebbe benissimo solo salutarmi e andare via con la scusa di essere stanco e dopo aver visto con quanta passione ha suonato non potrei mai fermarlo.

Lascio quindi che le persone facciano il loro lavoro e quando vedo passare il batterista che era sul palco mi rimetto in piedi, dritta, per non sembrare troppo indifferente. Non sono affatto indifferente, se lo fossi stata non sarei qui ma soprattutto non sarei tornata a casa a cambiarmi solo per fare bella figura. Abbasso appena lo sguardo sul vestito che indosso e annuisco soddisfatta. È giallo pastello con stampe azzurrine e una cintura in vita. Salta all’occhio ma non troppo ed è assolutamente comodo. Se non sbaglio è un capo che ho ricevuto dopo uno spot promozionale fatto prima che mio padre venisse a mancare. Gli era piaciuto molto, diceva che mi faceva sembrare una bambolina di porcellana e so che era un complimento.

Un uomo alto e grosso si avvicina a me, pulendosi le mani sporche di zucchero a velo su un fazzoletto che poi mette in tasca. Lo guardo senza capire ma poco dopo mi porge la mano e si presenta.

-Michael, piacere, sono il loro agente.- Dice mentre ricambio la sua stretta cordiale, sorpresa e sollevata di non sentire la mano appiccicaticcia.

-Lucy.- Rispondo con un sorriso sulle labbra, quindi è lui che devo ringraziare per quello che ho provato poco prima, senza di lui Derek non sarebbe mai arrivato nella mia sala concerti.

-Posso chiederle cosa fa qui? Non mi pare di averla vista prima, sono abbastanza certo che non faccia parte dello staff.-

-No, non ne faccio parte in modo diretto.- Ammetto con un punta di divertimento. -Però questa sala è mia, volevo vedere a chi l’aveva prestata.- Aggiungo poco dopo e vedo l’uomo sbiancare. Probabilmente non sa più in che modo parlarmi e io… beh, ammetto che la situazione è alquanto divertente.

-Come può vedere, signorina, non abbiamo fatto nemmeno un graffio.-

-Oh, sì, vedo che è tutto in perfetto ordine e per questo vi ringrazio Crede che potrei scambiare qualche parola con i ragazzi? Vorrei complimentarmi con loro per poco prima, mi sono davvero piaciuti e mi pare giusto incoraggiarli a continuare.-

-Con l’incoraggiamento di una bella donna come lei sicuramente affronteranno tutti i prossimi concerti e viaggi con maggiore grinta.- Risponde l’uomo, voltandosi e andando a passo veloce verso una stanza. Lo seguo leggermente perplessa. Che non fossero di qui era ovvio ma che ripartissero fra poco no.

Quanto tempo ho per conoscere il misterioso chitarrista? Ma, soprattutto, lui vuole conoscere me? Mi ha certamente vista prima quindi perché non venire a cercarmi? Appena formulo tale pensiero mi do della stupida, come posso pretendere che corra da me? Non ne ha motivo e io dovrei farmi meno problemi.

-Eccoli qui.- Annuncia Michael, aprendo una porta e facendomi segno di entrare.

Faccio come dice e mi chiedo se è stata una buona idea. Forse non avrei dovuto sbilanciarmi tanto. Che ci faccio qui? Dovrei essere a casa, a cenare dopo una riunione di lavoro. Prendo aria poi sorrido ai ragazzi che mi guardano curiosi. Derek invece mi osserva leggermente divertito, quasi sapesse che cerco solo la sua attenzione. A tale pensiero sento le guance andare in fiamme ma cerco di controllarmi. Sembro una bambina in imbarazzo o una ragazzina davanti al ragazzo per il quale ha una cotta.

-Volevo solo dirvi che siete stati davvero fantastici prima, sono passata per dare un’occhiata ma non riuscivo più ad andare via.- Dico per nascondere il mio vero scopo, anche perché non lo conosco con certezza nemmeno io. -Continuate così, sono felice di avervi ospitati qui questa sera, prevedo una lunga e brillante carriera.- Concludo non sapendo che altro dire.

-Io sono Tom.- Dice un ragazzo che sembra più grande di me. Gli sorrido, arrossendo leggermente per il modo in cui scorre i suoi occhi a mandorla su di me. -E ti ringrazio infinitamente.-

-Quello che lui voleva dire era che tutti noi ti ringraziamo, non è vero?- Interviene un altro e alla sua domanda riecheggiano diverse parole d’assenso. -Io sono David, invece.- Aggiunge grattandosi la nuca. -E per quanto mi piacerebbe averti qui con noi non penso a te interessi vederci mentre ci cambiamo.-

A quelle parole soffoco una risata e annuisco. Cerco di aggrapparmi a qualcosa per restare ancora con loro ma non trovo nulla quindi con un leggero sospiro di delusione li saluto. Proprio mentre appoggio la mano sulla maniglia per aprire la porta sento qualcuno dietro di me. Mi fermo, in attesa che mi dica quello che ha da dire ma non mi volto, non volendo apparire troppo interessata.

-Aspettami fuori, cinque minuti.- Il suo fiato mi accarezza il collo mentre la sua voce arriva al mio orecchio come un sussurro che mi fa rabbrividire. Non rispondo ed esco dalla stanza chiudendo velocemente la porta dietro di me.

-Tutto bene, signorina?- Chiede Michael e io annuisco.

-Una meraviglia.- Lo rassicuro lisciandomi la gonna del vestito e spostandomi in un posto più appartato.

È assurdo che io sia ancora qui, ad aspettare un ragazzo conosciuto poche ore fa. Resteremo da soli eppure questo non mi fa paura, al contrario, mi eccita più del dovuto. Sono curiosa, con ogni minuto che passa la tensione cresce e sono quasi sul punto di cambiare idea e correre verso la mia macchina ma esattamente quando prendo la borsetta la sua voce mi ferma. Le gambe non rispondono più ai miei comandi e senza nemmeno rendermene conto mi volto per guardarlo in faccia mentre mi parla.

-Scusa se ci ho messo tanto, non la smettevano di parlare.- Si giustifica, scrollando le spalle.

-Non è buona educazione far aspettare così tanto una ragazza, lo sai, vero?-

-Allora perché sei rimasta e non hai dimostrato il tuo fastidio e sdegno andandotene?-

Non ho una risposta a questa domanda e mi ritrovo a chiudere la bocca di scatto per non boccheggiare come un’idiota, quasi un pesce in agonia. È assurdo come riesca a parlarmi in modo così tranquillo e sfacciato senza farsi problemi. O sono semplicemente io che non ci sono più abituata? Mi trattano come una bambina o come il capo ma dubito che qualcuno mi tratti come ciò che sono, una semplicissima ragazza.

-Mi pareva brutto darti buca.- Dico dopo un po’, appoggiando la schiena ad un muro. -Tu, invece, perché hai fatto finta di niente prima?-

-Che dovevo fare, hm? Ci conosciamo appena.- Fa notare, avvicinandosi a me. A quanto pare non sa cosa sia lo spazio personale.

-Che ne so, presentarmi agli altri.- Cerco di non mostrarmi nervosa anche se il cuore batte a mille. Sono quasi tentata di baciarlo. Potrei far diventare tutto questo l’avventura di una notte, una pausa dalla grigia e monotona realtà. Potrei, ma non sono il tipo di ragazza che si butta sul primo ragazzo che vede con gli occhi.

-Ho preferito tenerti per me.- La sua fra mi fa rabbrividire, è assolutamente sbagliato che io lo voglia così tanto, che mi faccia sentire così.

Non gli rispondo e sono felice di non farlo perché tanto mi avrebbe zittita. Quando sento le sue labbra sulle mie non riesco a credere che l’abbia fatto sul serio. Provo a spingerlo via ma senza volerlo veramente. Mi sembra di respirare di nuovo, solo per un attimo la mia mente si svuota ma è abbastanza per sentirmi di nuovo viva e desiderata. Non mi oppongo più e gli infilo una mano fra i capelli, tirandolo di più a me mentre le sue mani mi accarezzano le cosce, alzandomi in seguito da terra. Sento il rumore dei suoi passi e poco dopo mi rendo conto di essere seduta su qualcosa. Mi stacco da lui per riprendere fiato e accenno una risata nel notare che è l’amplificatore al quale mi ero appoggiata poco prima. Le sue mani scorrono sui miei fianchi sfilandomi il vestito e senza opporre resistenza alzo le braccia, lasciando che mi guardi. Sono anni che nessuno lo fa, non in questo modo, e mi sento bene. Probabilmente sono solo in disperata ricerca d’attenzione ma poco mi importa, ormai ho deciso che lo voglio qui e ora. Domani potrebbe essere dall’altra parte del paese quindi perché non rubare questo attimo? Ricordi che potrò custodire gelosamente nei momenti più bui. Scorro i palmi delle mani sul suo petto dopo che si è tolto la maglietta e abbozzo un sorriso soddisfatto. Prometteva bene anche da vestito ma così… così e uno spettacolo bello e buono.

-Sarò solo una fra le tante, vero?- Chiedo per conferma, un po’ a fatica, quando inizia a lasciarmi una scia di baci lungo il collo.

-Se è ciò che vuoi, sì, non lo saprà mai nessuno.- Mormora mordicchiandomi la pelle. Cerco di resistere ai suoi stimoli, di aggrapparmi ancora un po’ a quella scintilla di lucidità che mi rimane.

Non so se voglio essere una fra le tante. Molte storie d’amore sono iniziate dopo una sveltina in discoteca. Una mia vecchia compagna di classe ha sposato il ragazzo con cui si è risvegliata una mattina senza avere ricordi della sera precedente. È assurdo, lo so, però sono sempre stata così. Positiva e romantica, per molti sinonimi di ingenua.

Non mi importa, questo momento è mio, è nostro, e mi fa stare bene. Uno strappo alla regola, una notte diversa dalle solite. No, non voglio essere una fra le tante, vorrei catturarlo, vorrei farlo interessare e innamorare di me. Vorrei che questa tensione, questa complicità non sparisca una volta sorto il sole. Vorrei tante cose, troppe. Per ora posso solo godermi questi baci, godermi lui.

Potrebbe partire domani stesso ma ora è mio. Lui è un ragazzo e io sono solo io, una ragazza senza responsabilità o pensieri. Non sono più la figlia di un famoso e ricco uomo d’affari. Questa notte mi concedo di nuovo di sognare.

Capitolo 4 – Lucy