Capitolo 9 – Derek

Capitolo 8 – Derek

Apro gli occhi e osservo il soffitto color crema. È strano, solitamente gli hotel scelgono colori neutri, più neutri di questo. Tendono al bianco, o magari al verdolino… alcuni accennano al giallo o all’azzurro ma non penso di aver mai visto un soffitto color crema. Forse non ci ho mai prestato attenzione io e in verità tutti i soffitti hanno questo colore. Non saprei dire. Che ora le piccole cose mi saltino all’occhio perché non vivo in uno stato di eterna indifferenza? Prima non mi interessava nulla al di fuori di me e della mia carriera. Mi stavano a cuore i ragazzi, i miei amici, e ovviamente la mia famiglia ma nulla di più e nulla di meno. Ora mi meraviglio per un soffitto di un colore caldo.

È esagerato e me ne rendo conto, sembra quasi di essere tornato al liceo quando vedi la ragazza carina che ti piaceva e non sapevi come comportati e allora la trattavi male sperando che lei capisse o che ti venisse a parlare di nuovo, anche solo per insultarti.

Mi faccio forza per uscire da sotto le coperte e mi alzo, stiracchiandomi mentre lancio un’occhiata all’orologio.

11:30

Ho tempo di fare tutto quello che devo fare. Posso pranzare, fare colazione e merenda in tutto questo tempo e penso anche di farlo in questo ordine preciso perché ho voglia di un panino e patatine fritte, più tardi prenderò un cornetto e un caffè. Mi guarderanno tutti come se fossi pazzo ma non mi è mai interessato. Si perde troppo tempo a stare dietro i pareri degli altri. Ci si condanna da soli, ci si chiude in preziose gabbie di cristallo con due piccole grate dalle quali si aspetta il contentino. Perché devono essere gli altri a dirci che siamo bravi, che stiamo facendo bene? Non siamo capaci di capirlo da soli? È una stupidaggine e io non ho alcuna intenzione di perdere tempo ad aspettare l’approvazione degli altri. L’unica che mi serve è la mia.

Dopo una doccia veloce mi asciugo i capelli alla meglio, lasciando che siano liberi di fare quello che più desiderano. Forse li pettinerò prima di uscire, forse no. Mi piace lasciare le cose al caso, certe volte. Tanto essendo mossi e lunghi fanno quello che vogliono in ogni caso.

Sto riordinando un po’ le mie cose in modo da fare i bagagli più velocemente quando sarà il momento quando sento bussare alla porta. Mi affretto ad aprire, curioso. Un uomo su una quarantina mi guarda.

-Mi manda Michael, le devo consigliare questa.- Dice mentre mi mette in mano la chiave di una macchina.

-E come faccio a sapere quale è?- Chiedo alzando un sopracciglio.

-Beh, se la apre con il pulsante fa rumore.- Dice con un sorriso che mi sembra un po’ a presa per i fondelli. -È la prima parcheggiata sulla seconda fila.- Aggiunge prima di andare via.

Chiudo la porta poggiando la chiave sul tavolino dell’entrata e roteo gli occhi. Odio quando le persone si credono migliori di me, ma soprattutto odio le persone che si comportano come avessero una carota infilato dove non batte il sole. Mi viene quasi voglia di tirare loro un calcio fra le gambe per vedere cosa succede, magari entra più a fondo e smette di dare fastidio.

Mi affaccio alla finestra per cercare la macchina poi sorrido soddisfatto una volta trovata. Niente male. Mi pare sia una Fiat. Dovrei scendere per controllare quale modello ma non credo sia una cosa indispensabile in questo momento. Mi limito quindi a fare quello che devo davvero fare: magiare, riordinare, mangiare, prepararmi per uscire e mangiare di nuovo.

***

Una volta pronto mi passo un paio di volte la mano fra i capelli cercando di dar loro una forma che non sia troppo terribile. Non sto andando al mare, ma comunque non posso presentarmi come se mi fossi appena alzato dal letto. Quando mi sento abbastanza soddisfatto dell’apparenza generale esco dall’hotel dirigendomi verso la macchina che ho individuato qualche ora prima dalla mia finestra. Una volta arrivato schiaccio il pulsante e con un sospiro di sollievo la vedo illuminarsi. Se fosse stata quella sbagliata non avrei saputo che fare. Ci faccio un giro attorno, curioso. È proprio bella, mi pare sia una Fiat Freemont Park Avenue. Non ne capisco il nome ma non mi importa, non è questo l’importante.

Salgo e metto in modo, sorridendo quando avverto il motore vibrare. Altro che il furgoncino di mio padre. Tutta un’altra storia. In pochi minuti sono fuori dall’ufficio di Lucy. Non so nemmeno se scendere per aspettarla o meno poi mi rendo conto che non sa cosa dovrebbe cercare una volta fuori quindi vado a poggiarmi contro la macchina, le braccia incrociate al petto mentre accenno qualche sorriso ai passanti che mi osservano curiosi. Non pensavo che aspettare la propria ragazza fuori dall’ufficio fosse una cosa così inaudita.

Propria ragazza? Ma che sto dicendo? Non stiamo insieme, non è la mia ragazza, e di certo non succederà oggi. Non ci si mette con qualcuno solo perché ci si è finiti a letto una volta o più di una volta in una notte.

Dopo alcuni minuti la vedo uscire dalla porta dell’edificio e alzo un sopracciglio. Sul serio? Era così difficile seguire un consiglio? Ha letto solo la prima riga del messaggio?

-Hey, ciao.- Si avvicina con un sorriso sereno, baciandomi una guancia.

Non riesco a capire questo suo modo di fare ma non la fermo. Alla fine, è solo un gesto affettuoso che non supera quello che abbiamo già fatto.

-Ti avevo detto di non metterti dei tacchi.- Faccio notare dopo aver ricambiato il saluto.

-Nessuno mi dice cosa fare.- Risponde con estrema tranquillità. -Vogliamo andare?-

-Te ne pentirai.- Le apro la portiera poi salgo al volante, mettendo in moto e partendo. Sono curioso di vedere la sua reazione. Non è certo vestita per un picnic ma non importa, magari così la prossima volta impara ad ascoltare quello che le dico. Sempre che ci sia una prossima volta.

-Mi stai minacciando?- Sento il suo sguardo addosso ma non mi distraggo, continuando a tenere gli occhi sulla strada.

-No, dico solo ciò che è inevitabile. Te ne pentirai sul serio.-

-Hai la chitarra?- Chiede cambiando argomento.

-Certo, io ascolto le richieste delle persone con cui devo uscire.- Borbotto.

-Ma stiamo andando dove penso io?- Chiede dopo circa mezz’ora di silenzio riempito da canzoni trasmesse alla radio. -Mi porti al parco?

-Dove altro posso suonare la chitarra? Così non disturbiamo nessuno e prendiamo un po’ di aria fresca.-

-È per questo che non dovevo mettere in tacchi? Ho fatto questo parco mille e mille volte, lo posso fare anche questa volta.-

Roteo gli occhi ma non rispondo, non volendo creare discussioni insensate. Lascio che sia lei a decidere cosa può e cosa non può fare. Se ne è così convinta non posso certo dirle di no. Dovrebbe conoscersi meglio di quanto la conosca io.

Una volta arrivati le apro la portiera e, in seguito, prendo una borsa e la chitarra dal retro. Non sono mai stato qui ma quando difficile può essere orientarsi? Sono abbastanza certo che sia come tutti gli altri parchi al mondo: verde e con qualche sentiero da seguire. Prendo quindi la prima via che vedo, inoltrandomi nella vegetazione con Lucy al mio fianco. Spero davvero che tutto questo le faccia piacere, se no mi sentirei davvero stupido e ridicolo. Portare una donna d’affari a fare un picnic. Dopo un paio di minuti noto un posto carino, sotto un albero, e mi avvicino per stendere la coperta che ho comprato per strada qualche ora prima. Appoggio a terra la borsa e la chitarra, sedendomi e facendo segno a Lucy di raggiungermi. Lo fa quasi divertita ma no si oppone. Per fortuna che non ha un vestito ma un paio di jeans e una camicetta. Sistemo fra di noi una bottiglia di champagne, due bicchieri e alcuni tramezzini. Ammetto che quando sono andato a comprare il tutto mi hanno guardato come fossi pazzo ma poco importa ora. Vedere il sorriso sulle sue labbra mi fa dimenticare immediatamente tutto quanto. Stappo la bottiglia versando nei due bicchieri di plastica, poi ne porgo uno a lei.

-Mi hai sorpreso, non me lo aspettavo.- Dice bevendone un sorso. -Però poi dobbiamo tornare a casa, non possiamo finirla.- Aggiunge accennando allo Champagne.

-Non dobbiamo certo finirla ora.- Scrollo le spalle appoggiandomi con la schiena all’albero. -Abbiamo tempo, no? Possiamo finirla domani.-

-Quindi ci vediamo anche domani?-

-Se anche tu vuoi.-

Mi guarda un attimo, quasi sorpresa, poi distoglie lo sguardo portandolo sul terreno mentre sorride. Non capisco cosa voglia dire ma non importa, sembra semplicemente sorpresa. Anche se non capisco il perché, pensavo fosse ovvio che volessi rivederla. Forse per lei non era così scontato.

-Lo voglio, ma poi partirai e casa tua non è qui, non sai quando ci tornerai.- Fa notare, giocando con un filo d’erba.

-Questo, magari, lascialo decidere a me, okay? Se ci voglio tornare lo faccio anche se non ci abito.- Dico prendendo un tramezzino e in seguito la chitarra. Mi sistemo in maniera consona e inizio a suonare una delle melodie che conosco meglio. Mi è sempre piaciuto adattare le canzoni alla chitarra. È meraviglioso avere il potere di trasformare le cose.

-Ha anche delle parole?- Mi chiede curiosa e io annuisco, anche se non so se sia il caso di cantarle. -Me le faresti sentire?-

-Basta che tu non le prenda troppo sul serio.- Abbozzo un sorriso mentre lei ride. Continuo a suonare le corde fino ad arrivare nuovamente al ritornello, la parte che conosco meglio. -Said, I wanna be the one you love. You love, you love. I wanna be the one you touch. You touch, you touch. I can’t think ‘bout no one else no more. Yeah, I wanna be the one you love. You love, you love…-

-Wow.- La sento sussurrare mentre continuo. Quando finisco la canzone metto via la chitarra e la guardo senza saper cosa dire. Nei suoi occhi leggo lo stesso problema. Non sappiamo come comportarci, come relazionarci l’uno all’altra. È assurdo, alla fine siamo solo delle persone, semplicissime persone. -Si è fatto tardi.- Fa notare Lucy dopo un po’ accennando al cielo ormai scuro scopra le nostre teste. Non ci mettiamo molto a raccogliere le nostre cose e a rimetterci in piedi, diretti verso la macchina. Se solo sapessimo dove si trova di preciso sarebbe molto ma molto più facile.

Vaghiamo per diversi minuti cercando di capire quale fosse la strada fatta all’andata ma è inutile, io almeno sono completamente perso. Sconfitto mi volto per cercare Lucy, lei se ci è già stata dovrebbe avere qualche idea, ma la trovo appoggiata a una panchina con espressione sofferente. La raggiungo velocemente, preoccupato.

-Cosa succede?-

-I tacchi, continuiamo a camminare senza una meta e io non ce la faccio piu’.- Mormora. -Lo so che avevi detto di non metterli ma mai mi sarei aspettata a questo… l’ho presa come una battuta.- Aggiunge.

Scuoto la testa e dopo aver sistemato a tracolla sia la chitarra che la borsa la prendo in braccio. Non faccio caso ai suoi occhi sgranati per la sorpresa. Mi limito a continuare la strada, deciso ad uscire da questo parco labirintico. Una volta fuori ritroveremo la macchina, non può essere così lontana. Lucy appoggia la testa al mio petto, dopo un po’, e io mi ritrovo a sorridere come un ebete. Qualche donna ci lancia un’occhiata sognante, seguita poi da un’occhiataccia al marito. Non è mia intenzione creare problemi fra altre persone, però non posso farci nulla; in qualche modo dobbiamo uscire da qui e non possiamo farlo io in piedi e lei in ginocchio.

-Da quella parte, questo punto lo ricordo.- Dice lei dopo qualche minuto, indicando una vietta poco circolata. Seguo la sua indicazione e, finalmente, vedo la luce in fondo al tunnel. I raggi della luna illuminano tutto quello che ci circonda, è stranamente rilassante. Come camminare in un luogo sospeso fra sogno e realtà.

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Capitolo 8 – Derek

Capitolo 7 – Derek

Guardo i ragazzi che ho di fronte in attesa di qualche colpo di genio, non possiamo essere davvero tutti così stupidi. Almeno uno di noi prima o poi avrà un’idea… almeno spero. Odio tutto questo, non sono il tipo che si fa tutti questi problemi per una ragazza ma Lucy non è una qualunque. Se anche fossi destinato a vederla solo questi pochi giorni probabilmente ne sarei felice. Certo, preferirei vederla ancora per conoscerla meglio. Mi incuriosisce, molto più di qualsiasi altra ragazza abbia mai incontrato. Non saprei dire di preciso cosa mi attrae ma sono assolutamente sicuro che non sia solo il suo aspetto. Trasuda intelligenza ma anche tanto bisogno di amore. Stare in sua compagnia è come essere su una giostra, di quelle che salgono e salgono facendoti sentire impavido prima di scendere in picchiata e lasciarti senza parole. Non so nemmeno bene come descrivere le sensazioni che ho provato con lei. È come se mi capisse, come se ci capissimo e ci accettassimo senza nemmeno conoscerci. Non è questo quello che, teoricamente, tutti cerchiamo?

-Potresti portarla al cinema?- Suggerisce Jackson.

-Sì, così crede che voglia solo pomiciare.- Borbotta Tom.

-Come se nei cinema si facesse solo quello.- Si intromette David con un sorriso a trentadue denti.

Certe volte mi vergogno di essere suo amico. Come fa a essere così inappropriato sempre e ovunque? Ora non so nemmeno se potrò più guardare un film senza pensare che nella poltrona accanto alla mia potrebbero aver fatto cose.

Mi passo le mani sul viso, esasperato. Non credo che unirci per cercare qualcosa da farmi fare domani sia stata una buona idea. Prima lo sembrava ma ora decisamente no.

-Dai, non abbatterti, abbiamo tutta la notte per escogitarti qualcosa.- Prova a rassicurarmi Jack ma non funziona.

-Non posso convocarvi ogni volta che devo uscire con una ragazza, la prossima volta che facciamo? Eh? Non ha senso.-

-Sempre che ci sia una prossima volta.-

-Grazie Tom, sei di grandissimo aiuto.- Sbotto alzando gli occhi su di lui.

-Dico solo che non dovresti dannarti così tanto per un appuntamento. Ne hai avuti altri, no? E poi l’hai vista oggi, ci sei già uscito.-

-Non ho mai detto che sia stato un successo.- Gli faccio notare, alzandomi e prendendo una birra. Poco dopo però uno dei ragazzi me la ruba quindi finisco con il distribuirne una a testa prima di appoggiarmi al muro. Sono stufo di star seduto, non ci riesco più. Vorrei urlare per la frustrazione ma non posso.

Non posso portarla a mangiare fuori perché l’abbiamo fatto oggi. Non posso portarla al cinema perché hanno ragione loro, finirebbe per pensare che non voglio parlare con lei ma solo starle accanto. Non conosco la città quindi non so quali attività siano rivolte ai cittadini. Vorrei sbattere la testa contro il muro e, forse, anche quella di Lucy. Almeno potremmo avere un appuntamento diverso dalle solite uscite.

-Portala al parco.- Dice ad un certo punto Tom. -Passeggiate, le compri un gelato… magari un fiore dal primo venditore ambulante che vedi passare… e parlate. Devi solo cercare un parco che sia abbastanza grande, qualcosa tipo Central Park.-

-Ma dista un sacco da qui.- Fa notare David. -Più che passeggiata diventa un pellegrinaggio.-

-Non mi pare che tu abbia idee migliori!-

-Portala a uno di quei musei interattivi che hanno iniziato ad apparire recentemente. Devono pur esserci tutte le informazioni su internet da qualche parte. Magari dai una letta a cosa c’è scritto e fai anche bella figura.-

-No, l’idea di Tom mi piace di più.- Ammetto. Quando però vedo il mio amico fare gesti poco consoni a David alzo gli occhi al cielo per contenermi e non strozzarlo con le mie nude mani. È assurdo come mi continuino a passare per la testa tutti questi pensieri violenti. Forse sono loro il problema alla loro base. -Bene, quindi, come ci arrivo fino a lì?- Chiedo una volta calmo.

-Non di certo in autobus.-

-E nemmeno in taxi.- Aggiunge Jack. -Se provassi a chiedere una macchina a Michael? Magari ne rimedia uno a noleggio per due giorni. Il tempo che restiamo qui.-

Annuisco ascoltandolo, in effetti come idea non è male. Posso privare a fare andata e ritorno domani mattina prima di uscire con lei giusto per familiarizzare con le strade. Se ci perdiamo, beh… potrebbe essere un’avventura.

-Allora dopo lo chiamo.- Confermo andando a posare la bottiglia vuota sul tavolino situato davanti al divano che i David e Tom hanno colonizzato. È assurdo come possano distendersi in qualsiasi posto senza alcun problema. Sembra quasi che la colonna vertebrale non sorregga il loro peso.

-Ma fallo adesso, poi comincia ad essere tardi e prima di farti questo favore si lamenta per circa due ore e mezza rinfacciandoti che hai interrotto il suo quinto spuntino del dopocena.-

Soffoco una risata ma annuisco di nuovo. Ha ragione. Senza contare che è il secondo favore che gli chiedo in pochi giorni quindi di certo non posso permettermi di averlo contro. Ho davvero bisogno di lui se voglio risolvere la questione domani alle prime ore. Se facessi tutto da solo o con questi tre finirei per non concludere un bel niente o di farlo all’ultimo momento. Preferirei non trovarmi in tale situazione.

Mi allontano dal gruppo con il telefono in mano e cerco fra i vari contatti il numero di Michael. Passano diversi secondi prima che risponda con il solito sospiro che fa ogni volta che riceve una chiamata. Probabilmente vorrebbe lanciare il telefono dalla finestra ma si trattiene perché è praticamente vitale per il suo lavoro.

Cerco di essere veloce e convincente mentre gli spiego in poche parole quello che devo fare e il motivo per cui mi serve una mano. Mi assicura che avrò una macchina nel parcheggio domani mattina, qualcuno mi porterà le chiavi. Mi prega poi di non distruggerla e promette di investirmi con quella stessa macchina se non faccio attenzione con Lucy. Come sempre molto incoraggiante.

Quando torno dagli altri con il sorriso sulle labbra li sento disquisire sul numero di birre che hanno bevuto. Li guardo divertito, dovrei far notare che quelle erano le mie bottiglie e che quindi non c’era un numero fisso a testa? In verità non avrebbero nemmeno dovuto averle fra le mani, il loro posto era nel mio mini frigo.

-Forse è ora che andiate, prima di picchiarvi.- Accenno alla porta. -Non ho voglia di pulire il casino che potreste fare.-

-Ma siamo tanto buoni e carini.-

-Sì, certo, vallo a dire a chi non vi conosce, Jack.-

Aspetto che uno dopo l’altro vadano via e commissiono loro anche il compito di portare via le bottiglie vuote. Sono solo sei quindi basta che ne prendano due a testa. Non sapremo mai chi ha bevuto due birre e chi una dato che non se lo ricordano. Una volta chiusa la porta e rimasto solo mi faccio una doccia veloce per distrarmi. Voglio un attimo di tranquillità. Domani andrà come andrà, non lo posso sapere, ma ora posso godermi un momento rilassante. Almeno mezz’ora la voglio vivere senza l’ansia del domani. Un’ansia stupida e infondata è solo una ragazza quindi cosa può succedere? Che mi dia di nuovo qualche risposta spiazzante? Questa volta sono preparato, so cosa aspettarmi.

Una volta fuori dalla doccia prendo il telefono. Devo farle sapere di domani, almeno darle un indizio.

 

Derek

Domani alle 17:00, dimmi tu dove venirti a prendere.

Non metterti i tacchi.

10:30 p.m.

 

Sorrido soddisfatto rileggendo le poche righe che ho mandato. Semplice e conciso, più o meno come lei tutte le volte che deve spiegare o dire qualche cosa. Non appena inizio a vestirmi sento però il telefono vibrare. Vedere il suo nome sul display mi strappa un sorriso.

 

Lucy

Sono in ufficio, immagino tu sappia già dove si trovi.

Porta la chitarra.

10:35 p.m.

 

Derek

Vedrò di non dimenticarla.

10:38 p.m.

Capitolo 9 – Derek

Capitolo 7 – Derek

Capitolo 6 – Lucy

Forse è stato stupido ma non ho potuto trattenermi, aspettare non è una cosa per me. Non ho mai capito se sono viziato o semplicemente frettoloso, nemmeno i miei amici lo hanno mai capito. Immagino dipenda dal contesto, a questo punto. Per quanto riguarda Lucy, beh, penso che nessuna delle due opzioni vada bene. Deve esserci una terza ragione che ancora non riesco a isolare e analizzare. Non importa, penso di avere abbastanza tempo per farlo con calma nei prossimi giorni. Dubito che lei pensi fossi fuori dal suo ufficio per caso e, in effetti, ha ragione. Non mi aspettavo di andarle addosso, questo è vero, ma in caso di risposta affermativa al mio messaggio volevo farla aspettare il meno possibile. Ovviamente questo perché non ho avuto nulla da fare in mattinata, se no non mi sarebbe mai passato per la testa.

Mentre le apro la porta del piccolo bar che abbiamo scelto mi sembra di notare un’occhiata strana da parte sua. Se ha qualche dubbio sulla mia presenza qui non le posso dare torto, probabilmente anche io mi sarei spaventato. La seguo al tavolino da lei scelto e mi siedo per sfogliare velocemente il menù senza davvero leggerlo. Sono abbastanza sicuro che la pizza si possa trovare ovunque. Aspetto quindi che lei decida prima di intavolare una qualsiasi conversazione.

-Quindi eri così certo che avrei accettato da stare qui e aspettarmi?- Chiede lasciandomi a bocca aperta. Certo che è diretta, molto.

-Se così fosse, sarebbe poi così brutto?-

-Brutto no, forse un po’ da maniaci o disperati… non so dirti di preciso.-

Annuisco appena alle sue parole dato che non posso fare molto altro, sorridendo alla ragazza che viene a prendere le nostre ordinazioni. Mi ha praticamente salvato da una conversazione che iniziava a degenerare. Dovrei lasciarle una mancia che ricambi il favore che non sa di aver fatto.

Quando finisce di scrivere sul suo blocchetto azzurro e va via vedo Lucy che mi guarda pallida con espressione schifata. Mi porto una mano sul viso, cercando di capire se sono sporco, ma poi le scuote la testa.

-Pizza con l’ananas? Davvero? Dio, dovrei andarmene in questo stesso momento.- Dice poi. -Ho dei parenti italiani, probabilmente ti sputerebbero in faccia.- Aggiunge poi.

-Beh, ma non siamo in Italia.-

-Ciò non toglie che io conosca il sapore di una buona pizza e che vederti mangiare quella… quella roba mi farà passare l’appetito.-

-Certo che sei drammatica come poche.- Sbuffo appoggiandomi meglio allo schienale della sedia.

-Sono realista, se non ti piace te ne puoi andare.- Fa un cenno verso la porta con un sorriso divertito, direi provocatorio.

-Lo sei sempre o qualcuno ti ha fatto girare le palle in ufficio?-

-Direi entrambe.- Dice prendendo uno stuzzicadenti per giocarci nell’attesa. -E poi, al massimo, a me girano le ovaie.-

Soffoco una risata per non attirare troppo l’attenzione. Certo che ha proprio un caratterino e un modo di rispondere che può mandare fuori di testa.

-Guarda che lo so che sei donna.- Dico ripensando alla notte passata insieme, di sicuro mi sfugge anche un sorrisino dato che lei mi guarda non troppo divertita.

-Magari sono diventata uomo questa mattina, che ne sai?- Fa notare, cogliendomi alla sprovvista.

-Spero proprio di no, sarebbe un peccato.-

Non riesce a rispondermi perché le nostre ordinazioni arrivano. Dopo aver ringraziato la ragazza di prima apro la bottiglia d’acqua che ho chiesto. Sto stranamente morendo di sete. Lei invece con una maestria sorprendente si versa la birra del bicchiere.

-Vuoi un sorso o hai paura di ubriacarti?-

-Non mi piace la birra, se capita non la rifiuto però se ho alternativa la evito.- Spiego.

-Certo che se non fosse per il tuo aspetto esteriore dubito che ti reputerei un uomo.- Dice scuotendo la testa, quasi provasse pietà per me.

Scelgo di ignorarla e accennare una risata. Non è certo la prima persona stranita da queste mie preferenze quindi direi che ci ho fatto l’abitudine.

-Potrei dire lo stesso di te dato il modo in cui porti avanti una conversazione. Sei intimidatoria, per certi versi.-

-E dimmi, cosa vorresti?- Chiede appoggiando i gomiti sul tavolo e sporgendosi in avanti. -Che arrossissi ogni volta che mi guardi? Vorresti che cada ai tuoi piedi? Beh, scusa ma non è così che si tiene in piedi un’azienda.- Si lecca le labbra con espressione divertita e non riesco a staccare gli occhi dalla sua bocca, faccia fatica anche a seguire quello che dice. -Qualche anno fa l’avrei fatto, ma poi sono rimasta sola in mezzo a uomini di mezza età frustrati dalla loro vita e ho dovuto… come dire… farmi due coglioni così.- Dice formando due bugli con le mani, non so nemmeno se l’idea era di spaventarmi o di incuriosirmi.

Mi limito ad annuire, iniziando a mangiare la mia pizza e ignorando le sue occhiate sempre più schifate. A dire il vero non so nemmeno perché sono qui. Voglio conoscerla meglio? Voglio vederla di nuovo? Voglio solamente portarla di nuovo a letto? Non ho nemmeno molto tempo per decidere ciò che davvero desidero dato che fra poco ripartiremo. È semplicemente assurda questa situazione.

-Mi piacerebbe rivederti.- Ammetto poi. -Quando avrò finito gli spettacoli.- Aggiungo.

Non saprei classificare la sua espressione. È sia sorpresa che compiaciuta. Mi guarda in silenzio, probabilmente nemmeno lei sa cosa dire questa volta. Nonostante ciò però non si scompone e non posso fare a meno di ammirarla. Solitamente vedo ragazze della sua età urlare, svenire, comportarsi in maniera infantile e certe volte imbarazzante. Lei no, è seria e non posso fare a meno di apprezzare questa sua qualità.

-E quando pensi di finirli?-

-Non lo so di preciso, ma abbiamo sempre circa una settimana fra una meta e l’altra… potrei tornare qui quando sono abbastanza vicino.- Forse è troppo, lo so, ma non vedo altro modo.

-Lo faresti davvero?-

-Beh, come ho detto… ti voglio rivedere e non abitando qui lo vedo come unico modo fattibile, almeno per ora e sempre se anche a te interessa.-

-Mi interessa.- Risponde immediatamente, sorprendendomi.

Abbozzo un mezzo sorriso soddisfatto per cercare di nascondere la felicità e non apparire uno stupido ai suoi occhi. Continuo a non capire cosa sta succedendo ma immagino che poco importa ormai. Se la sua vicinanza mi fa star bene non dovrebbe esserci altro da dire. Spero che lei provi lo stesso se no è davvero strano e sicuramente diventerà imbarazzante.

C’è un certo senso di tranquillità ora che ho detto quello che dovevo dire quella sera, o meglio quella mattina in cui l’ho lasciata andare via. Un po’ come quando rimandi una commissione fino all’ultimo e quando finalmente la fai e smetti di pensarci ti senti così libero da saltellare per strada. È sempre così opprimente la consapevolezza di dover agire, di doversi muovere. Forse dovremmo tutti pensare meno e agire di più per non perdere le cose più belle. Ci sono andato vicino, ho quasi perso l’opportunità di rivederla.

-Quindi quanto tempo abbiamo?- Chiede tranquilla, come se parlasse di un qualunque incontro di lavoro, mentre prende il telefono. Forse sono solo questo per lei? Un modo come un altro per passare il tempo? Non posso saperlo e non so nemmeno se voglio, certe volte l’ignoranza rende felici. Per poco, è vero, ma è pur sempre felicità.

-Direi due giorni, poi devo fare i bagagli e non ricordo di preciso a che ora dobbiamo ripartire.- Scrollo le spalle cercando di essere il più disinteressato possibile.

-Allora vedi di inventarti qualcosa da fare domani, sempre che tu non ci voglia provare con la ragazza che ci ha servito prima.- Dice prima di alzarsi, andare al bancone a pagare senza darmi il tempo di rispondere.

Non ho nemmeno il tempo di raggiungerla perché la vedo correre verso una macchina parcheggiata fuori dal locale, ci sale velocemente e sparisce dalla mia vista. In meno di un minuto mi ritrovo da solo in mezzo al locale. Fatico a capire quello che è appena successo, soprattutto a capire il senso di tutto questo. Poteva salutare, mica la mangiavo.

Sospiro sconsolato andando a chiedere il conto ma così non faccio altro che tirarmi da solo la zappa sui piedi. Non mi ha lasciato fare nemmeno questo. Cosa vuole, dimostrare che è indipendente e che non ha bisogno di un uomo? Molto bene, possiamo giocarci in due.

Nemmeno io ho bisogno di una donna, mi basta avere qualcuno accanto nel momento del bisogno.

Esco dal locale calciando un sassolino con un po’ troppa forza. Non so nemmeno se come uscita è adnata bene o ha semplicemente fatto schifo. Tra l’altro io con la cameriera non ci volevo provare, le ho solo sorriso un paio di volte. Non avrei dovuto? Non sapevo che si condannasse anche la gentilezza adesso. In ogni caso devo pensare a qualcosa per domani, non posso semplicemente rapirla e sottoporla ad un interrogatorio per capire cosa le passa per la testa. In effetti sarebbe una buona idea, anche facile e soddisfacente, ma qualcosa mi dice che lei non apprezzerebbe. Magari è solo una giornata no ed è per questo che si è comportata così. Lo spero vivamente o davvero non so dove sbattere prima la testa.

Se potessi strozzerei con le mie nude mani David che mi ha quasi costretto a contattarla. Se gli piace tanto perché non esce lui con lei? Magari glielo consiglio così mi tiro fuori da questa situazione.

Capitolo 8 – Derek

Capitolo 6 – Lucy

Capitolo 5 – Derek

La riunione con il consiglio è andata meglio di quanto potessi sperare e non posso che esserne felice dato che non sono dell’umore di discutere. Probabilmente mi sarei messa a urlare contro tutti i presenti fino a scoppiare a piangere dal nervoso. Per loro fortuna non mi hanno contrariata così tanto da farmelo fare. Percorro i lunghi corridoi dell’edificio fino al mio ufficio. Durante il tragitto scorro gli occhi sui muri così bianchi da accecare se fissati troppo. Quasi quasi rinnovo questo posto dando un colore diverso a ogni parete. Il bianco serve per renderlo luminoso, lo so, papà me lo ha spiegato anni fa, ma poco mi importa. È troppo ordinato, troppo perfetto. Voglio più finestre e più colore.

Chiudo la porta alle mie spalle e mi accomodo dietro alla mia scrivania, quella che era di mio padre. Più che sedermi però mi abbandono alla gravità sprofondando nella soffice sedia d’ufficio. Vorrei quasi nascondermi in essa ma non posso farlo e questo mi dà fastidio. Vorrei essere di nuovo la bambina che veniva a trovare il proprio padre in ufficio e si divertiva a roteare sulla sedia fino ad avere mal di testa. Ora però sono io l’adulto, quella che deve fermare la sedia prima che qualcuno si faccia male.

Sono tentata di chiamare Robert per assegnarli il carico di modernizzare questo posto ma non lo faccio, sarebbe come cancellare con una pennellata di vernice mio padre. Questa era la sua seconda casa, non posso fargli questo. Molto probabilmente, se fosse qui, mi direbbe di fare ciò che desidero in modo da sentirmi più a mio agio ma non credo possa succedere, non ancora almeno. È passato troppo poco tempo e dietro a questa scrivania mi sento ancora una bambina. Una ragazzina che cerca di tenere tutto insieme usando dello spago che però si sta spezzando. Per non perdere questa azienda molto probabilmente perderò parte di me stessa e non so se sono pronta a questo.

Lo squillo del telefono mi sottrae alle mie riflessioni e tiro un sospiro di sollievo, non ci voglio pensare. Voglio dedicarmi ad altro.

-Il suo appuntamento delle 10:00 è arrivato, signorina.- Mi informa la receptionist. -Lo faccio accomodare?-

-Sì, fallo entrare.- Rispondo prima di chiudere la chiamata.

Se questo incontro va a buon fine venderò quelle parti dell’azienda che nemmeno mio padre voleva più. Non posso permettermi di trascinare pesi morti. Le sale concerti fruttano ancora bene mentre il giornale che mamma acquistò per pubblicità, prima di dare di matto, non ci sostiene più come una volta. Pagare alcune inserzioni di tanto in tanto su diverse pubblicazioni costerebbe meno.

-Buongiorno.- Quando un uomo su una trentina entra nell’ufficio mi alzo e gli indico una delle due poltroncine situate vicino alla finestra, o meglio vicino al vetro che sostituisce tutta la parete laterale della stanza.

Prima in quel posto era situata la scrivania ma era strano. Era un po’ come avere un alone di luce attorno e con una giornata di sole le persone non potevano nemmeno guardami in faccia dato che oltre a essere io stessa controluce i raggi del sole amplificati dal vetro ferivano gli occhi di chiunque provasse a guardare avanti. Ora va molto meglio. La stanza è illuminata, io non mi sento una qualche rappresentazione religiosa e le poltroncine offrono un bel panorama da ammirare nei momenti di pausa.

L’uomo si accomoda con grazia, togliendosi la giacca per essere più comodo. Da come mi guarda capisco immediatamente cosa sta pensando ma potrei anche rispondergli per le rime se continua a spogliarmi con gli occhi. Non concluderà nulla di questo passo. Né con me né con l’azienda.

-Ho capito che è interessato al nostro giornale.- Inizio, accavallando le gambe senza staccare gli occhi da lui. -Voglio sentire la sua proposta, spero ne abbia preparata una.-

Mi guarda quasi sconvolto poi con un colpo di tosse si raddrizza sul posto annuendo con sicurezza. I suoi capelli corti, biondi e curati creano un contrasto non troppo piacevole con le iridi scure, molto scure. Non ha nulla a che vedere con Derek, con i suoi capelli abbandonati a se stessi e i suoi occhi come due cieli azzurri in cui volano tutti i suoi sogni, le sue aspirazioni. Mi mordo il labbro così forte da sussultare a quei ricordi che mi continuano a tormentare nei momenti meno opportuni.

-Sì, ho sempre desiderato averne uno da amministrare. Ho notato che non sono fatto per scrivere gli articoli, me la cavo meglio nel coordinare il tutto da dietro le quinte.- Dice con un mezzo sorriso impertinente. Poggiandosi meglio allo schienale della poltroncina e scorrendo palesemente lo sguardo lungo le mie gambe risalendo poi fino al seno. Se non fosse davvero necessaria questa vendita gli tirerei uno schiaffo in pieno viso. Si passa poi una mano fra i capelli cercando di apparire sofisticato ma il risultato è semplicemente imbarazzante.

-E da come mi guarda deve essere frustante dover comprare il proprio sogno da una ragazzina, vero? Soprattutto se la ragazzina sembra interessarle anche in altro modo.- Faccio notare con un certo disgusto. Odio quando mi prendono per stupida.

-Non intendevo offenderla, signorina.- Si affretta a dire, alzando la testa per guardarmi in faccia. Immagino che faccia fatica a non scendere sul mio seno. Tipo esemplare di uomo viscido. Si sporge appena in avanti, prima di aprire bocca di nuovo, ma mi ritraggo prima che possa mettere una mano sul mio ginocchio. -È davvero molto carina, immagino che un sacco di uomini la guardano come faccio io. Con ammirazione e desiderio, sì, ma nella loro forma più pura.- Aggiunge sorridendo.

-È perché non accetto che mi guardino così che sono ancora a capo di questa azienda.- Sottolineo con forse un po’ troppa enfasi dato che lui resta a bocca aperta senza più dire altro. Sono stufa di tutto questo. Dovrei concedermi a lui su quali basi? Perché mi guarda come se fossi un giocattolo? Non lo conoscono e il suo fascino non mi raggiungerebbe nemmeno se fossimo a cinque centimetri di distanza dato che è completamente assente. -Non importa, ignorerò questo suo comportamento inadatto e dato che il giornale non mi serve qualsiasi prezzo andrà bene. Le manderò uno degli addetti alle vendite.-

Il viso dell’uomo è di un colore che non saprei ben definire. È imbarazzato, questo è sicuro, ma non solo. È infastidito e forse anche un po’ umiliato. Credeva di entrare qui dentro, dirmi qualche frase carina, guardarmi e poi avere ciò per cui è venuto praticamente gratis? Forse ha funzionato altre volte ma con me no.

Lo accompagno alla porta dopo aver chiamato qualcuno che svolga tutto il lavoro burocratico necessario. Non appena resto da sola mi fiondo ad aprire le finestre. Mi sembra che la pateticità di quell’uomo sia rimasta nell’aria. Mi appoggio con le braccia sul vetro, lasciando le il vento mi scompigli i capelli. C’è profumo di primavera e ciò mi fa pensare al mare. Non vedo l’ora di poter prendere il sole. Le macchine si inseguono lungo la strada, ai loro fianchi alcuni pedoni si affrettano a finire le proprie commissioni. Immagino che vogliano tornare a casa per pranzo. Io cosa farò? Non ho nessuno da incontrare, con cui scambiare due parole mentre mangiamo la prima cosa che capita in mano. Sospiro rassegnata allontanandomi dalla parete in vetro. Infilo velocemente la giacca e prendo la borsetta. Non passerò il pranzo qui dentro nemmeno morta.

-Signorina, sta andando via?- Chiede Olivia, incerta.

-Pausa pranzo anche per me, non ne posso più di stare qui dentro.- Spiego velocemente. -Spegni pure tutto e prenditela anche tu insieme a tutti gli altri. Penso sia il caso di prendere tutti una pausa.- Olivia non mi risponde e immagino che sia sorpresa da ciò che ho detto ma non mi fermo per controllare che faccia cosa le ho detto. Se vuole impiegare il tempo libero che le ho appena dato continuando a lavorare può farlo, non sarò certo io a fermarla.

Una volta fuori dall’edificio lascio che siano le gambe a decidere dove andrò. Non ho nessuna idea precisa ma questo non mi spaventa. Passo davanti a un negozio di musica e mi fermo per qualche attimo, ascoltando la melodia che si riversa in strada dalla porta aperta.

 

“Heaven knows we love the thrill
No, I don’t wanna play the part
I just wanna dance with somebody
I just wanna dance with somebody”

 

La musica ora mi ricorda sempre lui, e so che non dovrebbe ma non riesco a farne a meno. Nella mia mente è ancora presente la sua voce, l’immagine delle sue dita che suonano la chitarra sul bordo del letto. Cerco di scacciarlo dalla mia mente e in quel momento sento il cellulare vibrare nella tasca dei pantaloni. Lo prendo e leggo il messaggio sorpresa, devo sforzarmi di non urlare in mezzo alla strada. Non dovrebbe essere così strano, teoricamente sono abbastanza rintracciabile, eppure l’idea che si sia sforzato giusto quel poco che è servito mi intenerisce. Mi affretto a rispondere positivamente all’invito a pranzo di Derek. Non appena invio il messaggio faccio un altro passo avanti senza però guardare dove vado e sbatto contro qualcuno che si mette a ridere.

-Dovremmo smetterla di incontrarci così, non credi?- Derek mi sorride divertito, mettendo le mani nelle tasche della giacca. -Se stavi rispondendo a me… beh, immagino che dal sorriso che hai stampato in faccia tu abbia accettato il mio invito quindi che ne dici di non perdere tempo e andare in qualche bar?- Chiede e io annuisco, non so cosa dire e non perché la sua presenza mi mandi completamente fuori di testa ma perché è sbucato dal nulla. Che stava facendo? Si aggirava da queste parti in attesa di una risposta affermativa per poter poi apparire tutto d’un tratto? In questo caso forse dovrei togliermi le belle idee che ho su di lui dalla testa e denunciarlo per stalking.

Capitolo 7 – Derek

Capitolo 5 – Derek

Capitolo 4 – Lucy

Guardo David e alzo un sopracciglio. Continua a parlare da ore, almeno a me sembrano ore anche se l’orologio dice solo cinque minuti. È possibile che una persona dica così tante stronzate in così poco tempo? Non aveva mai raggiunto questi livelli. Mi passo le mani sul viso cercando di attuare la tattica “io non lo vedo allora lui non mi vede” ma non funziona. A quanto pare è disposto anche a parlare da solo.

-Ed è per tutte queste ragioni che avresti dovuto darle il numero.-

A questa frase seguono diversi attimi di silenzio quindi esco dal mio nascondiglio speranzoso di vederlo a bocca chiusa ma in quello stesso secondo riprendere il suo lunghissimo e contorto discorso. Sbuffo e mi accascio sul divano in attesa che la morte mi venga a prendere. Non ne posso più.

-Se ti piace tanto perché non vai a chiederle un appuntamento, hm?- Chiedo.

-Perché non ha passato la notte con me, ma con te. Non te la voglio rubare, è la prima che ti fa provare qualcosa dopo anni. Te lo si legge negli occhi, la vorresti rivedere.-

-Che ne sai? Magari è solo stata una bella scopata.- Faccio notare, alzando le spalle.

-Non puoi sempre fuggire così, lo sai? Una ragazzina ti ha spezzato il cuore al liceo, e quindi? Mica sei l’unico a cui è successo. Sono passati anni, Derek, anni.- Calca sull’ultima parola come se fossi stupido e non la capissi. -Ti prendo a pugni.- Conclude scandendo le parole lentamente, quasi assaporandole. Non so perché percepisco un leggero desiderio in questa frase. Mi vuole prendere a pugni perché non voglio complicarmi la vita? Non ha senso.

-Ma a me non interessa.- Piagnucolo.

Dopo nemmeno cinque secondi sento il naso scricchiolare e qualcosa colare sulla pelle. Mi porto la mano al viso e noto le dita sporche di sangue.

-Ma sei coglione!?- Chiedo scattando in piedi ma subito dopo mi risiedo. Mi gira troppo la testa e non penso sia il caso di cadere a sacco di patate sul tavolino dell’hotel. Non ho voglia di ripagarne i danni.

-Io ti ho avvertito.- Dice puntandomi contro l’indice. -Chiedile un caffè almeno. Ho visto come ti guardava quando è venuta a parlarci. Non vedeva l’ora che tu la degnassi di uno sguardo.-

-Che ne sai, hm? Magari voleva solo questo: una notte. Non sarò così coglione da correrle dietro.-

David mi guarda e si passa entrambe le mani fra i capelli con espressione afflitta. Posso capire il suo punto di vista ma ciò non significa che io debba condividerlo. È stata una bella serata, è vero. Meravigliosa. Ma è finita e non vedo cosa ci sia da inseguire.

-Senti, io ci ho circa provato ma non mi ha dato corda.- Spiego mentre prende un fazzoletto per pulirmi prima di sporcare la maglietta. -Quindi non vedo perché dovrei riprovarci.-

-Perché sicuramente avrai fatto una stronzata o peggio, hai iniziato a fare una stronzata ma non l’hai conclusa.-

Ripenso a poche ore fa e con una smorfia gli do ragione. L’ho fermata ma non le ho detto nulla. Non le ho chiesto di rivederci, non le ho detto che sono stato bene. Nono le ho detto niente. L’ho lasciata andare come se nulla fosse, mi è sfuggita come sabbia fra le dita in una giornata di vento. Avrei potuto provarci ma non l’ho fatto.

Alzo gli occhi su quelli di David e scrollo le spalle. Che vuole che dica? Ormai è andata, non so come rintracciarla. So solo il suo nome.

-Guarda che se vuoi davvero rivederla non è difficile da trovare, sai com’è… era la sua sala concerti.- Mi ricorda il mio amico, andando verso la finestra e guardando fuori. Immagino che come sempre ci siano un centinaio di macchine ammucchiate nel parcheggio in attesa dei loro proprietari. -Quindi se è questo quello che ti frena si può risolvere… se invece sei tu che ti freni da solo… beh, non ci posso fare niente, ma un altro pugno non te lo toglie nessuno.- Conclude dirigendosi verso la porta. Afferra la giacca che ha buttato sullo schienale della sedia sistemata davanti alla scrivania sulla quale ho ammassato le mie cose ed esce.

Mi stendo sul divano aspettando che l’emorragia si fermi. Allungo la mano verso il telefono e accendo lo schermo notando che non ho nessun nuovo messaggio. Non so nemmeno cosa pensare di tutto questo. In un certo senso mi farebbe piacere rivederla, mi è parsa sola. Un cucciolo impaurito che si mostra forte per non essere sbranato. Una piccola tigre che mostra i denti perché ha visto la madre farlo in situazioni di pericolo. Quel desiderio di proteggere non l’ho mai provato, non in maniera così forte, e mi rendo conto che non ha alcun senso. Sono un povero pazzo. Non dovrei nemmeno pensarci, è tutto così assurdo. Tutta colpa di David e del suo atteggiamento del cazzo.

Dopo qualche minuto mi convinco ad alzami per controllare come sono messo. Mi trascino in bagno di malavoglia e fisso la mia immagine riflessa nello specchio. Il naso pare stare bene, sempre che non diventi viola durante la notte. Mi lavo la faccia con acqua ghiacciata, giusto per prevenire il gonfiore anche se so benissimo che dovrei tenere qualcosa di freddo sempre sul posto, non solo bagnarlo. Non ho voglia di cercare del ghiaccio quindi vada come vada, nel peggiore dei casi mi riempiono di fondotinta per il prossimo spettacolo.

Controllo sul calendario le varie giornate e con un certo disappunto mi rendo conto che fra circa tre giorni dobbiamo ripartire. Prima non mi pesava ma ora… beh, le parole di David continuano a vorticarmi dentro come ci fosse un tornato nella mia testa. Sbuffo infastidito. Odio questa vocina che dice “E se avesse ragione?”. Non voglio che abbia ragione ma non ci posso fare nulla, non ho potere su quello che provo. Brutta cosa il subconscio.

Mi guardo attorno, una volta tornato in camera, e osservo il letto ancora sfatto. Fosse per me lo lascerei così ma magari non è il massimo dell’educazione. L’abbiamo distrutto, le lenzuola sono più per terra che sul materasso. Mi appresto a sistemarle per fare qualcosa di diverso dal pensare ma non ci riesco perché mi apre di avvertire il suo profumo.

Dio, ma come ha fatto a entrambi in testa in questo modo? Ma soprattutto… anche se ci rivedessimo che succederebbe? Dovrei comunque partire.

Dopo aver rifatto il letto tiro un calcio all’aria, ringhiando infastidito. Odio pensare così tanto, mi fa sentire un idiota. Preferisco fare finta di non esserlo.

Riprendo il telefono e dopo essermelo rigirato fra le mani più volte mi decido di chiamare Michael. È lui che ci ha portati qui ed è lui che ha organizzato tutto. Magari può darmi una mano. Spero solo che non mi uccida perché’ sono andato a letto con il capo del capo del capo del capo del suo capo… o almeno credo sia una cosa del genere.

-Ciao, mi serve un favore.- Dico appena risponde, senza dargli il tempo di interrompermi. -Avrei bisogno di contattare la signorina che ieri sera hai portato a salutare. E’ davvero urgente, so che posso contare su di te, grazie!- Continuo e chiudo non appena lo sento lamentarsi.

Lancio il telefono sul letto con un sospiro profondo. Ho fatto anche questa, speriamo che non sia una cazzata.

Potrei scrivere a una delle mie sorelle, chiedere qualche consiglio, ma poi diventerebbe una questione nazionale, lo so. Donne, non puoi vivere né senza né con loro. Meglio se tengo questa cosa per me, almeno per ora. David lo capirà immediatamente ma dovrebbe incoraggiarmi dato che è lui ad avermi messo queste stupidaggini in testa, almeno credo che funzioni così.

Allungo la mano per prendere il telecomando. Accendo la televisione cercando un canale che trasmetta musica e quando lo trovo le note di Closer dei Chainsmokers e Hasley riempiono la stanza. Scoppio a ridere, alzando il volume e lasciando il telecomando sul letto mentre porto le braccia dietro alla nuca. Non è esattamente il mio genere però riesco a coglierne l’ironia. Mi ritrovo perfino a canticchiare alcune parole. Chiudo gli occhi e senza nemmeno sforzami le immagini di ieri sera mi appaiono chiare davanti agli occhi quasi fossero collegate con questa canzone.

Il ritornello mi entra in testa di prepotenza e so già che non riuscirò più a togliermelo di dosso per il resto della giornata ma poco importa. Non è poi così brutto, anzi. È una di quelle canzoni che probabilmente non stancheranno nemmeno tra dieci anni. Ricorderanno per sempre a qualcuno un momento preciso. Schegge di ricordi nascosti fra le note. Ad alcuni faranno male, ad altri non faranno effetto. La musica è così, è profondamente soggettiva.

Nelle ore seguenti si susseguono diverse canzoni, pubblicità, di nuovo canzoni e ancora pubblicità ma io non mi muovo. Non ho nulla da fare se non aspettare notizie da Michael e spero proprio che quando arriveranno saranno buone. Mi sento abbastanza stupido adesso, non mi serve una conferma da lui.

Quando sento il telefono squillare quasi non ci credo. Mi sveglio di colpo da quel torpore in cui ho passato tutto il pomeriggio e rispondo con la voce più calma che riesco a trovare.

-Ascoltami bene, non so cosa tu voglia fare con lei ma spero per te che non rovini tutto il lavoro che abbiamo fatto insieme.- Inizia a dire Michael, sospirando pesantemente poi. -Trova un foglio, ti detto il numero che mi hanno dato.- Conclude. Non me lo faccio ripetere due volte e rimedio un pezzo di carta e una penna dal blocco che uso per le canzoni. Quando ho finito di scrivere lo ripeto per sicurezza, poi termino la chiamata e fisso le cifre incredulo.

E ora che ci devo fare? Le mando un messaggio? E che le scrivo? Che David mi ha tirato un cazzotto perché secondo lui devo chiederle di uscire? Potrei chiamarla ma il problema sarebbe lo stesso. E poi potrebbe non rispondere perché troppo occupata con quello che chiama segretario. Sbuffo e salvo il numero in rubrica. Poi deciderò cosa farne, per ora penso di aver fatto anche troppo.

Capitolo 6 – Lucy

Capitolo 4 – Lucy

Capitolo 3 – Lucy

Quando apro gli occhi mi guardo attorno e non riconosco nulla di ciò che mi circonda. Mi alzo lentamente sui gomiti ma così la coperta scivola via, lasciando che l’aria fresca si scontri con la mia pelle per farmi rabbrividire. Piego la testa di lato e solo in quel momento ricordo cosa è successo ieri sera. Mi lascio ricadere sul materasso, rotolando poi su un fianco e sorridendo nel vedere l’ammasso di capelli ondulati di Derek sparsi sul cuscino. È così tranquillo ora, ieri sera non lo è stato per nulla. Gli accarezzo appena la guancia ma ritraggo subito la mano per la paura di svegliarlo.

Quando mi alzo mi rendo conto di essere nuda e di non sapere dove si trovano con esattezza i miei vestiti. Sospiro contrariata dalla situazione, non è esattamente la migliore delle situazioni. Sono abbastanza sicura che questo sia un hotel da come si presenta l’arredamento. Chissà chi mi ha vista entrare, potrei perdere molta credibilità se qualcuno aprisse bocca ma forse è meglio che circolino voci su un hotel e non su un amplificatore. Mi arrendo e apro l’armadio indossando la prima maglietta che trovo, giusto per non essere completamente nuda. Per mia fortuna ho sempre l’elastico al polso e quindi lego i capelli in una coda disordinata perché non mi diano fastidio.

Qualche minuto dopo trovo il mio intimo sotto al letto, insieme alle scarpe. Lo infilo velocemente con un mugolio soddisfatto. Non mi piace stare senza mutande, soprattutto se devo fare qualcosa. L’idea di essere così tanto esposta a chiunque mi possa vedere mi mette a disagio, anche se è qualcuno che mi ha già vista nuda. Quando finalmente trovo il vestito che indossavo ieri sbuffo frustrata nel notare lo strappo in corrispondenza della cerniera. Deve essersi bloccata, non me ne ero nemmeno accorta. Mi ha letteralmente strappato il vestito di dosso e di preciso non so come prendere questa cosa. Forse dovrei sentirmi lusingata, evidentemente gli ho fatto proprio perdere la ragione. Era però un vestito a cui tenevo senza contare che ora non ho come tornare a casa.

-Vuoi già scappare?- Sussulto nel sentire la sua voce. Subito dopo però sento il sangue ribollire nelle vene. Mi volto per guardarlo e scuoto la testa, non sapendo cosa dire. -Allora torna qui.- Mi incita allargando le braccia e prima ancora di rendermene conto le gambe si muovono da sole, raggiungendo il letto. Mi siedo e stringo a lui, appoggiando il viso sul suo petto nudo.

Ha sicuramente qualche anno in più di me, i capelli lunghi e la leggera barba lo rendono estremamente affascinante. Il tutto combinato con quelle iridi azzurre come un lago sotto il sole d’agosto. Sembrano quasi un miraggio. Si sposano alla perfezione con la pelle abbronzata e i capelli scuri. Sento le guance riscaldarsi e sono felice del fatto che non mi possa vedere. Mi sto facendo prendere troppo e non dovrei, non so nulla di lui se non il nome.

-Prima o poi dovrò tornare a casa, lo sai, vero?-

Lo sento mugolare in segno d’assenso ma non aggiunge altro così lascio cadere la conversazione. Mi beo del calore che emana, delle sue braccia attorno al mio corpo. L’ultima vola che mi sono innamorata è finita male e benché fossi solo una ragazzina la cosa mi perseguita ancora adesso, dopo anni. Non sono sicura di volere di più, ieri forse sì ma non pensavo lucidamente. Non che ora, con l’orecchio contro il suo cuore, sia molto meglio però almeno gli ormoni si sono calmati.

Qualche minuto dopo mi sposta al suo fianco, baciandomi il capo e alzandosi dal letto. Non si disturba nemmeno a coprirsi mentre va in bagno e non so se ringraziare per lo spettacolo offerto di primo mattino o se tirargli addosso un cuscino per l’imbarazzo. Insomma, non è poi cosa di tutti i giorni trovarsi un uomo nudo davanti. Non voglio passare per guardano o disperata. Mi lecco appena le labbra secche e mi alzo per raggiungere la borsa che ho abbandonato sul pavimento, all’entrata. Ci butto dentro il vestito rovinato e prendo il telefono, chiamando il mio segretario. Gli chiedo abbastanza imbarazzata di passare in qualche negozio e comprarmi un paio di jeans e una maglietta, dopo avergli detto che taglia mi porto una mano sulla fronte. Non so dove sono, come fa a portarmi le cose senza un indirizzo?

-Ti mando un messaggio con l’indirizzo.- Dico prima di chiudere e aprire la mappa di Google, una volta capito dove mi trovo gli mando l’indirizzo per messaggio e mi avvicino alla finestra, in attesa. Non arriverà mai prima di mezz’ora ma non ho nulla di diverso da fare.

-Chi era?- Sussulto quando due braccia ancora leggermente bagnate mi stringono. Non può proprio smettere di apparire dal nulla? Morirò d’infarto prima che Robert arrivi.

-Il mio segretario, gli ho chiesto di portarmi un cambio. Non posso andare via con la tua maglietta addosso.- Faccio notare mentre lui accenna una risata.

-Eppure ti sta bene.-

Roteo gli occhi. Certo, mi arriva appena sotto il sedere, non c’è da meravigliarsi che gli piaccia. Mi stacco appena da lui e prendo le scarpe mettendole accanto alla porta in modo da essere pronta nel minor tempo possibile. Non penso sia un bene restare qui. È stato bello, sì, ma io ho un’azienda da mandare avanti e lui una tournée da finire. Se anche volessimo provare a vederci di nuovo quando succederebbe, fra tre mesi? No, non ho tempo per queste cose. Come mi ero detta ieri prima del concerto farò di questa esperienza un dolce ricordo da assaporare nel momento del bisogno.

-Sei impaziente di andare via a quanto vedo.- Dice. -Con il tuo segretario.- Lo dice con una punta di fastidio che non riesco a capire. Pensa che gli abbia mentito?

-Robert è il figlio di un amico di famiglia. Avevo bisogno di qualcuno di affidabile e lui si è offerto. Mi resterà accanto finché non troverò qualcuno di più qualificato o… non lo so, finché non troverò qualcuno.-

-E si è offerto solo perché è tuo amico, non perché vuole entrare nelle tue mutande?-

-Che c’è, paura di non essere stato all’altezza?- Chiedo incrociando le braccia al petto.

Mi guarda con disappunto ma non replica, iniziando a vestirsi. In quel momento il telefono squilla. Non voglio più parlare con il signor spaccone quindi apro velocemente la porta per leggere il numero della camera e comunicarlo a Robert. Mi appoggio poi alla porta in attesa di sentirlo bussare.

Con la coda dell’occhio seguo però i movimenti di Derek e mi sorprendo nel vederlo sedersi con una chitarra in mano sul bordo del letto. Inizia a suonare una melodia rilassante che non conosco. Mi mordo il labbro cercando di non cadere in tentazione ma alla fine la curiosità vince e mi avvicino di qualche passo.

-Che canzone è?- Domando in un sussurro, con la paura di rovinare la bellissima melodia. È assurdamente rilassante, mi fa venir voglia di chiudere gli occhi e abbandonarmi alle note.

-Carvinal of rust.- Dice senza alzare gli occhi su di me. -Poets of the fall.- Aggiunge prima di iniziare a canticchiare sottovoce quello che immagino sia il testo.

 

“Come feed the rain

‘Cause I’m thirsty for your love

Dancing underneath the skies of lust”

 

Rimango ipnotizzata e solo quando sento bussare più volte alla porta mi riprendo, andando ad aprire spaesata.

-Ti riporto a casa? Non mi è parso di vedere la tua macchina.- Dice Robert, porgendomi una busta di carta dopo che ho chiuso la porta alle sue spalle. Sento i suoi occhi su di me ma decido di ignorarlo. Non è affar suo il perché io sono qui, mezza nuda.

-Sì, sarebbe fantastico.- Prendo la busta e gli bacia una guancia. -Grazie, torno subito.- Mormoro e mi avvio verso il bagno.

Mi vesto velocemente e dopo essermi lavata il viso mi rendo conto che non si sente più la melodia di prima, anzi, non si sente proprio nulla. Un silenzio assordante che inizia a spaventarmi. Non si saranno mica ammazzati, no? Non ne hanno motivo. Uno è uno sconosciuto e l’altro un amico. Nonostante questo mi affretto ad uscire. Quando li raggiungo noto con disappunto che Robert è appoggiato alla parete che io avevo usato prima. Quella che crea un piccolo ingresso nella stanza. Derek invece si limita a guardarlo in silenzio. Non si parlano. Sono impegnati in due cose a quanto pare molto importanti date le loro espressioni.

-Sono certa che l’ignorare e il fissare richiedano molte energie quindi penso sia ora di togliere il disturbo.- Dico prendendo la borsa e mettendomi le scarpe che avevo lasciato vicino al mobiletto dell’entrata qualche minuto fa.

Robert esce senza salutare ma non ci faccio caso, non è obbligato a parlare con persone che non conosce. Prima che io possa seguirlo Derek mi prende per un braccio. Mi blocco, voltando appena il viso per guardarlo, in attesa di qualsiasi cosa mi voglia dire.

Passano diversi secondi senza che nessuno dei due parli e, alla fine, lui mi lascia andare. Non indago oltre ed esco dalla stanza in cui ho passato la più folle delle notti.

Strano come si possa lasciare alle spalle qualcosa che ti ha fatto stare bene con tanta facilità. Ricordi racchiusi in una camera d’hotel, come fossero gioielli rubati al più pericoloso trafficante. Sembra quasi che non sia nostra intenzione ricordare, eppure so benissimo che una volta a casa, di nuovo sola, è esattamente a lui che penserò. Ai suoi occhi, alle sue mani, al suo sorriso. Alla nostra follia in una notte di primavera.

Capitolo 5 – Derek

 

Canzone citata: Poets of the Fall – Carnival of Rust

Capitolo 3 – Lucy

Capitolo 2 – Derek

Rabbrividisco sotto il suo sguardo e sento l’immediato bisogno di stringermi fra le sue braccia. Ovviamente non posso quindi mi limito ad abbracciarmi da sola. Quello che lui riesce a trasmettere è assolutamente assurdo. Certo, la musica mi è sempre piaciuta ma vedere quella passione, le sue spalle contratte e rilassate allo stesso tempo, mi ha completamente spiazzato. Di questo passo diventeranno molto più che famosi. Scorro lo sguardo sul resto del palco e conto altri tre ragazzi. Quindi una classica band di provincia iniziata perché uno di loro voleva imitare qualche gruppo famoso. Probabilmente sono partiti dal solito garage smesso e ora sono qui. Non so nemmeno se chiedere chi ha avuto l’idea di contattare un manager. Forse erano tutti d’accordo o forse uno di loro si è sentito più impavido degli altri. In ogni caso non importa da dove sono partiti. Conta dove sono ora e cosa hanno fatto a tutti i presenti.

Siamo senza parole, stregati. Vorrei essere insieme a tutti gli altri spettatori per poter urlare a mia volta invece di stare qui, senza parole, a guardarli come fossero un’apparizione. Non è solo lui a essere bravo, lo sono tutti. Mi concentro su di lui perché ci ho parlato ma probabilmente tutto questo sarebbe successo con qualunque membro del gruppo.

Mi faccio da parte lasciando che i ragazzi posino i loro strumenti nel backstage senza ostacoli e mi appoggio ad un amplificatore, in attesa. Non so di preciso cosa gli dirò o se parleremo. Potrebbe benissimo solo salutarmi e andare via con la scusa di essere stanco e dopo aver visto con quanta passione ha suonato non potrei mai fermarlo.

Lascio quindi che le persone facciano il loro lavoro e quando vedo passare il batterista che era sul palco mi rimetto in piedi, dritta, per non sembrare troppo indifferente. Non sono affatto indifferente, se lo fossi stata non sarei qui ma soprattutto non sarei tornata a casa a cambiarmi solo per fare bella figura. Abbasso appena lo sguardo sul vestito che indosso e annuisco soddisfatta. È giallo pastello con stampe azzurrine e una cintura in vita. Salta all’occhio ma non troppo ed è assolutamente comodo. Se non sbaglio è un capo che ho ricevuto dopo uno spot promozionale fatto prima che mio padre venisse a mancare. Gli era piaciuto molto, diceva che mi faceva sembrare una bambolina di porcellana e so che era un complimento.

Un uomo alto e grosso si avvicina a me, pulendosi le mani sporche di zucchero a velo su un fazzoletto che poi mette in tasca. Lo guardo senza capire ma poco dopo mi porge la mano e si presenta.

-Michael, piacere, sono il loro agente.- Dice mentre ricambio la sua stretta cordiale, sorpresa e sollevata di non sentire la mano appiccicaticcia.

-Lucy.- Rispondo con un sorriso sulle labbra, quindi è lui che devo ringraziare per quello che ho provato poco prima, senza di lui Derek non sarebbe mai arrivato nella mia sala concerti.

-Posso chiederle cosa fa qui? Non mi pare di averla vista prima, sono abbastanza certo che non faccia parte dello staff.-

-No, non ne faccio parte in modo diretto.- Ammetto con un punta di divertimento. -Però questa sala è mia, volevo vedere a chi l’aveva prestata.- Aggiungo poco dopo e vedo l’uomo sbiancare. Probabilmente non sa più in che modo parlarmi e io… beh, ammetto che la situazione è alquanto divertente.

-Come può vedere, signorina, non abbiamo fatto nemmeno un graffio.-

-Oh, sì, vedo che è tutto in perfetto ordine e per questo vi ringrazio Crede che potrei scambiare qualche parola con i ragazzi? Vorrei complimentarmi con loro per poco prima, mi sono davvero piaciuti e mi pare giusto incoraggiarli a continuare.-

-Con l’incoraggiamento di una bella donna come lei sicuramente affronteranno tutti i prossimi concerti e viaggi con maggiore grinta.- Risponde l’uomo, voltandosi e andando a passo veloce verso una stanza. Lo seguo leggermente perplessa. Che non fossero di qui era ovvio ma che ripartissero fra poco no.

Quanto tempo ho per conoscere il misterioso chitarrista? Ma, soprattutto, lui vuole conoscere me? Mi ha certamente vista prima quindi perché non venire a cercarmi? Appena formulo tale pensiero mi do della stupida, come posso pretendere che corra da me? Non ne ha motivo e io dovrei farmi meno problemi.

-Eccoli qui.- Annuncia Michael, aprendo una porta e facendomi segno di entrare.

Faccio come dice e mi chiedo se è stata una buona idea. Forse non avrei dovuto sbilanciarmi tanto. Che ci faccio qui? Dovrei essere a casa, a cenare dopo una riunione di lavoro. Prendo aria poi sorrido ai ragazzi che mi guardano curiosi. Derek invece mi osserva leggermente divertito, quasi sapesse che cerco solo la sua attenzione. A tale pensiero sento le guance andare in fiamme ma cerco di controllarmi. Sembro una bambina in imbarazzo o una ragazzina davanti al ragazzo per il quale ha una cotta.

-Volevo solo dirvi che siete stati davvero fantastici prima, sono passata per dare un’occhiata ma non riuscivo più ad andare via.- Dico per nascondere il mio vero scopo, anche perché non lo conosco con certezza nemmeno io. -Continuate così, sono felice di avervi ospitati qui questa sera, prevedo una lunga e brillante carriera.- Concludo non sapendo che altro dire.

-Io sono Tom.- Dice un ragazzo che sembra più grande di me. Gli sorrido, arrossendo leggermente per il modo in cui scorre i suoi occhi a mandorla su di me. -E ti ringrazio infinitamente.-

-Quello che lui voleva dire era che tutti noi ti ringraziamo, non è vero?- Interviene un altro e alla sua domanda riecheggiano diverse parole d’assenso. -Io sono David, invece.- Aggiunge grattandosi la nuca. -E per quanto mi piacerebbe averti qui con noi non penso a te interessi vederci mentre ci cambiamo.-

A quelle parole soffoco una risata e annuisco. Cerco di aggrapparmi a qualcosa per restare ancora con loro ma non trovo nulla quindi con un leggero sospiro di delusione li saluto. Proprio mentre appoggio la mano sulla maniglia per aprire la porta sento qualcuno dietro di me. Mi fermo, in attesa che mi dica quello che ha da dire ma non mi volto, non volendo apparire troppo interessata.

-Aspettami fuori, cinque minuti.- Il suo fiato mi accarezza il collo mentre la sua voce arriva al mio orecchio come un sussurro che mi fa rabbrividire. Non rispondo ed esco dalla stanza chiudendo velocemente la porta dietro di me.

-Tutto bene, signorina?- Chiede Michael e io annuisco.

-Una meraviglia.- Lo rassicuro lisciandomi la gonna del vestito e spostandomi in un posto più appartato.

È assurdo che io sia ancora qui, ad aspettare un ragazzo conosciuto poche ore fa. Resteremo da soli eppure questo non mi fa paura, al contrario, mi eccita più del dovuto. Sono curiosa, con ogni minuto che passa la tensione cresce e sono quasi sul punto di cambiare idea e correre verso la mia macchina ma esattamente quando prendo la borsetta la sua voce mi ferma. Le gambe non rispondono più ai miei comandi e senza nemmeno rendermene conto mi volto per guardarlo in faccia mentre mi parla.

-Scusa se ci ho messo tanto, non la smettevano di parlare.- Si giustifica, scrollando le spalle.

-Non è buona educazione far aspettare così tanto una ragazza, lo sai, vero?-

-Allora perché sei rimasta e non hai dimostrato il tuo fastidio e sdegno andandotene?-

Non ho una risposta a questa domanda e mi ritrovo a chiudere la bocca di scatto per non boccheggiare come un’idiota, quasi un pesce in agonia. È assurdo come riesca a parlarmi in modo così tranquillo e sfacciato senza farsi problemi. O sono semplicemente io che non ci sono più abituata? Mi trattano come una bambina o come il capo ma dubito che qualcuno mi tratti come ciò che sono, una semplicissima ragazza.

-Mi pareva brutto darti buca.- Dico dopo un po’, appoggiando la schiena ad un muro. -Tu, invece, perché hai fatto finta di niente prima?-

-Che dovevo fare, hm? Ci conosciamo appena.- Fa notare, avvicinandosi a me. A quanto pare non sa cosa sia lo spazio personale.

-Che ne so, presentarmi agli altri.- Cerco di non mostrarmi nervosa anche se il cuore batte a mille. Sono quasi tentata di baciarlo. Potrei far diventare tutto questo l’avventura di una notte, una pausa dalla grigia e monotona realtà. Potrei, ma non sono il tipo di ragazza che si butta sul primo ragazzo che vede con gli occhi.

-Ho preferito tenerti per me.- La sua fra mi fa rabbrividire, è assolutamente sbagliato che io lo voglia così tanto, che mi faccia sentire così.

Non gli rispondo e sono felice di non farlo perché tanto mi avrebbe zittita. Quando sento le sue labbra sulle mie non riesco a credere che l’abbia fatto sul serio. Provo a spingerlo via ma senza volerlo veramente. Mi sembra di respirare di nuovo, solo per un attimo la mia mente si svuota ma è abbastanza per sentirmi di nuovo viva e desiderata. Non mi oppongo più e gli infilo una mano fra i capelli, tirandolo di più a me mentre le sue mani mi accarezzano le cosce, alzandomi in seguito da terra. Sento il rumore dei suoi passi e poco dopo mi rendo conto di essere seduta su qualcosa. Mi stacco da lui per riprendere fiato e accenno una risata nel notare che è l’amplificatore al quale mi ero appoggiata poco prima. Le sue mani scorrono sui miei fianchi sfilandomi il vestito e senza opporre resistenza alzo le braccia, lasciando che mi guardi. Sono anni che nessuno lo fa, non in questo modo, e mi sento bene. Probabilmente sono solo in disperata ricerca d’attenzione ma poco mi importa, ormai ho deciso che lo voglio qui e ora. Domani potrebbe essere dall’altra parte del paese quindi perché non rubare questo attimo? Ricordi che potrò custodire gelosamente nei momenti più bui. Scorro i palmi delle mani sul suo petto dopo che si è tolto la maglietta e abbozzo un sorriso soddisfatto. Prometteva bene anche da vestito ma così… così e uno spettacolo bello e buono.

-Sarò solo una fra le tante, vero?- Chiedo per conferma, un po’ a fatica, quando inizia a lasciarmi una scia di baci lungo il collo.

-Se è ciò che vuoi, sì, non lo saprà mai nessuno.- Mormora mordicchiandomi la pelle. Cerco di resistere ai suoi stimoli, di aggrapparmi ancora un po’ a quella scintilla di lucidità che mi rimane.

Non so se voglio essere una fra le tante. Molte storie d’amore sono iniziate dopo una sveltina in discoteca. Una mia vecchia compagna di classe ha sposato il ragazzo con cui si è risvegliata una mattina senza avere ricordi della sera precedente. È assurdo, lo so, però sono sempre stata così. Positiva e romantica, per molti sinonimi di ingenua.

Non mi importa, questo momento è mio, è nostro, e mi fa stare bene. Uno strappo alla regola, una notte diversa dalle solite. No, non voglio essere una fra le tante, vorrei catturarlo, vorrei farlo interessare e innamorare di me. Vorrei che questa tensione, questa complicità non sparisca una volta sorto il sole. Vorrei tante cose, troppe. Per ora posso solo godermi questi baci, godermi lui.

Potrebbe partire domani stesso ma ora è mio. Lui è un ragazzo e io sono solo io, una ragazza senza responsabilità o pensieri. Non sono più la figlia di un famoso e ricco uomo d’affari. Questa notte mi concedo di nuovo di sognare.

Capitolo 4 – Lucy

Capitolo 2 – Derek

Capitolo 1 – Lucy

Quando mi sono alzato dal letto, questa mattina, tutto mi sarei aspettato tranne un incontro di questo tipo. Non è mai stato il mio forte essere puntuale, esserlo in una città che non conosco poi…

Avrei potuto prevedere tutto tranne questo e mentre mi dirigo, finalmente, verso la sala concerti non riesco a non pensarci. Dopo aver attraversato la strada mi volto un attimo, giusto per vedere se lei è ancora lì ma rimango leggermente deluso nel vedere che no, non è rimasta a guardarmi. Ci speravo, è vero, però in effetti che mi aspettavo? Dalla sua camminata e dalle sue espressioni si capisce che è una donna impegnata. Molto probabilmente verrà solo per cambiare aria, non perché ci sia davvero dell’interesse da parte sua ma, alla fine, a me va più che bene. Se posso avere una così, anche solo per una notte, non mi lamento.

Trovo l’entrata principale facilmente e senza volermi perdere di nuovo decido che preferisco arrampicarmi sulla scena che cercare il backstage. Non ci metto molto dato che alcune risate riecheggiano attirandomi verso il mio gruppo. Quando mi vedono entrare si zittiscono un attimo prima di iniziare, tanto per cambiare, a insultarmi.

-Potevate non lasciarmi solo in un hotel dall’altra parte di una città che non conosco!- Sbotto mentre li raggiungo. Non dovrei ma salgo in piedi su una sedia della prima fila e con un salto raggiungo il palco. -Io di te mi fidavo.- Aggiungo fermandomi davanti a David, puntandogli l’indice contro il petto. Il mio migliore amico nonché’ mio batterista mi ha abbandonato come tutti gli altri.

-Hai ragione, hai ragione.- Ammette alzando le braccia in segno di resa. -Però io ho provato a svegliarti ma russavi come un maiale!- Si giustifica spingendomi leggermente da parte.

-La prossima volta magari non vengo più, vediamo poi chi vi ascolta ancora.-

-Un chitarrista si sostituisce, così come anche un cantante.- Risponde con serenità Tom, seduto a terra a gambe incrociate.

-Sarà, ma uno con la mia stessa faccia non lo trovate.- Sottolineo andando in cerca della mia chitarra. Deve essere per forza qui da qualche parte.

Una volta che mi sono allontanato da quei cafoni mi sento molto meglio. Non ci credo che l’hanno fatto e detto davvero. So che non farebbero mia nulla del genere, dopo tutto sono stato io a creare questo gruppo e sono stato io a contattare tutti i possibili manager e tutte le case discografiche. Ho passato giorni a scrivere lettere e inviare pacchi. Se ora siamo qui è grazie a me, grazie al mio impegno e sì, grazie alla mia faccia perché oltre ad aver sempre garantito per tutti loro nessuno può negare che molte ragazze ci seguono perché siamo belli, ovviamente io più di loro messi insieme.

Cerco però di concentrarmi e non pensare al passato o al futuro, per quello c’è tutto il tempo domani. Ora mancano meno di quattro ore alla nostra esibizione ed essendo la prima in un vero e proprio spazio adibito a tali eventi non possiamo giocare male la partita. Senza contare che Michael ci fa fuori se mandiamo tutto all’aria. Mi viene da ridere nell’immaginare lui e la sua pancia da birra che ci rincorre sul palcoscenico tentando di lanciarci contro quello che capita a tiro. Magari qualche ciambella o merendina. Ne ha sempre una in tasca.

Finalmente trovo la mia chitarra e con un piccolo sorriso scorro l’indice su di essa fino a trovare le piccole incisioni fatte prima di partire da casa. Probabilmente i musicisti mi metterebbero al rogo sapendo che ho “rovinato” uno strumento musicale però non potevo lasciare casa senza nemmeno un po’ di nostalgia o rimorso. La alzo e leggo sottovoce i nomi incisi.

-Theresa, Addison, Megan.- Non ammetterei mai che le mie sorelle mi mancano, non davanti a loro almeno, però iniziano a farlo. Non siamo mai stati così lontani e seppur io sia il più piccolo mi sono sempre sentito in dovere di pensare a loro.

-Pensi di degnare le nostre prove con la sua presenza o sei troppo figo e bello per mischiarti a noi comuni mortali?- La voce di Tom mi riscuote e senza pensarci due volte corro dai miei compagni.

Mentre proviamo una delle nostre prime canzoni i ricordi mi invadono la mente ed è come se fosse la prima volta che le ascolto. Non riesco a immaginare nulla di più sublime della musica, quella che ti entra nell’anima, si infila sotto la pelle e nelle ossa per scuoterti così tanto che poi non sai nemmeno chi sei.

-Ben fatto ragazzi.- La voce di Michael mi fa tornare con i piedi per terra, mi allontano dal microfono e lo ringrazio. Non sarei qui a provare tutto questo se non fosse per lui. Non sarei qui con la pelle d’oca se lui non ci avesse dato una possibilità. -Non dovete essere da meno dopo, ora andate a cambiarvi, dobbiamo iniziare a far entrare gli spettatori.-

Non me lo faccio ripetere due volte, metto giù il mio strumento e insieme agli altri corro a darmi una rinfrescata.

-Dopo andiamo a berci qualcosa?- Chiede Jackson, gli altri due annuiscono ma io scuoto piano la testa. -Come no?!-

-Penso di avere una specie di appuntamento.- Ammetto scrollando le spalle mentre lego i lacci delle scarpe. -Mal che vada vi raggiungo dopo.- Li rassicuro velocemente.

-Uh, se invece non lo fai cosa dobbiamo fare? Chiamare la polizia o aspettare racconti bollenti?- David mi guarda divertito.

-Ah, non so. Magari poi va via senza nemmeno salutarmi.- Accenno una risata, alzandosi e stiracchiandomi.- A quanto pare possiede tutto questo.- Allargo le braccia cercando di rendere l’idea.

-Dici che così non ci fa più pagare l’affitto?-

-Sei un coglione, David.- Sospiro rassegnato. Capisco che molto probabilmente non sono esattamente il miglior partito in questo momento però un minimo di rispetto per me stesso e per le persone che mi circondano ancora l’ho.

-Ma che ti offendi a fare, ora? Eri tu quello scocciato quando ci hanno detto che qui dobbiamo restare per quasi una settimana. Non volevi avere una donna diversa in ogni città? Se devi farlo almeno ne trai dei vantaggi.-

-Farò finta di non averti sentito.- Borbotto. Ho ventitré anni e mi voglio divertire, è vero, ma non con lei. Potrebbe benissimo rifiutarmi questa sera ma non me la prenderei.

Mentre gli altri erano occupati a preparassi ho cercato il suo nome e tutto quello che ho trovato mi ha sconvolto. È così giovane ma ha così tanto potere e responsabilità sulle spalle. Mi sembra quasi assurdo. Di certo non è l’unica a questo mondo e di certo come lei ce ne sono state, ce ne sono e ce ne saranno ma io ho incontrato lei, ho parlato con lei quindi ammiro lei. Difficile apprezzare qualcuno che non hai mai visto.

Mi guardo allo specchio e mi rendo conto di essere ridicolo. Invece di preoccuparmi per il concerto penso a una ragazza conosciuta per caso poche ore fa, se non mi avesse detto che possedeva questo posto non avrei avuto nessun modo per poter risalire alla sua identità. Devo dimenticarla, cacciarla via con la forza almeno per le prossime ore. Questo è il mio momento, la nostra sera e nulla deve distrarmi.

-Hey, Romeo, ti sei innamorato della tua immagine riflessa?-

-Quello era Narciso.-

Chiudo gli occhi posandomi una mano sulla fronte pregando tutte le divinità che David e Tom la smettano prima di salire sul palco o sono pronto a strozzarli con le mie nude mani.

-Smettila di fare l’asiatico intelligente!-

-Tu smettila di fare l’occidentale ignorante allora!- Ribatte Tom, sbuffando.

-Smettete entrambi di fare i coglioni e andare su quel palco prima che vi faccia diventare parte integrande del pavimento!- Tuona Michael e mi ritrovo a immaginare in che poco potrebbe mai fare quello che ha appena detto. Forse solo se si siede su ognuno di noi però per farlo deve prima prenderci e la vedo abbastanza difficile. Scaccio velocemente quella immagine per non scoppiare a ridere e passare per idiota. Lascio l’onore a David che ormai lo fa per lavoro.

Quando ci danno il segnale usciamo e quello che vedo mi scalda il cuore. È assurdo vedere tutte queste persone sedute, qui solo per noi. Faccio molta fatica a distinguerle date le forti luci dei riflettori ma dal casino che c’è di certo non sono solo una dozzina. Ci guardiamo tutti abbastanza stravolti ma ci forziamo a metterci ai nostri posti, pronti a dare il via allo spettacolo.

La melodia risuona nelle casse, poco dopo si aggiunge anche la mia voce. Mi chiedo, solo per un attimo, come sarebbe avere qui mamma e papà, per dimostrare che non sto solo perdendo tempo.

Do il meglio di me, non so se è arrivata ma se è qui voglio che mi veda, che resti piacevolmente sorpresa. Mi lascio trasportare dalle note e dalle parole, quelle che abbiamo scritto e che ci hanno suggerito. Tutto questo sta capitando solo grazie al lavoro di un sacco di persone e l’unico modo per ripagarle è non metterle in imbarazzo. Voglio che tutti provino ciò che provo io. Voglio trasmettere le farfalle non solo nello stomaco ma nella testa, nelle gambe e nelle braccia. Voglio che chi ci ascolta pianga, rida, urli e si lasci andare.

È questa la musica.

 

-Sai perché la musica è importante, Derek?- Chiede il mio professore. Scuoto la testa, non capendo la sua domanda.

-Si fa ascoltare anche dalle persone che non vogliono proprio saperne di ascoltare.- Spiega con il sorriso sulle labbra. -È importante lasciare che la musica colori la nostra vita, solo così possiamo essere completamente felici.- Dice allontanandosi dal mio banco e guardando il resto della classe. -Non cacciate la musica dai vostri cuori, dalla vostra vita e dalla vostra anima. Resterete vuoti e per tutto il tempo camminerete su questa terra chiedendovi cosa vi manca. Come colmare quel buco nero che sentite dentro ma che non sapete identificare.- Continua tornando alla cattedra e sedendosi senza però staccare gli da noi, dalla classe. -Il mondo si evolve, ma la musica… quella è nostra compagna da quando abbiamo iniziato a camminare su due piedi. Migliaia di anni di sapienza, sentimenti e melodie. La musica ci arricchisce, amplia i nostri orizzonti e apre la nostra mente. Non rinunciateci una volta usciti da qui. Non datela per scontata e non reputatela inutile. Con lei non avete bisogno di parlare, vi basta ascoltare, vi basta sentire.-

Lo guardo rapito, stringendo fra le mani il piccolo flauto che ho preso dalla scatola con gli strumenti all’inizio della lezione. Non è il mio strumento preferito ma se lui ha ragione non importa con cosa suoni, l’importante è farlo.

-E solo quando voi stessi avrete provato la gioia della musica sarete in grado di trasmetterla anche agli altri. Solo in quel momento potrete chiamarvi musicisti. E chi lo sa, magari senza saperlo avrete salvato delle vite. Vite preziose. La musica è questo, ragazzi. Il risultato di tutto ciò che l’animo umano non può esprimere a parole.-

 

Riapro gli occhi dopo l’ultima canzone. Non so nemmeno quando li ho chiusi. Un boato di applausi ci cattura ma io mi sento come fermo in una bolla. Mi raggiungono solo in parte. Mi volto appena, giusto per lanciare un’occhiata nel backstage. La vedo e torno alla realtà. Il palco sotto i miei piedi trema leggermente per tutto il rumore che i nostri fan creano.

Mi avvio con i miei compagni a ringraziare tutti i presenti, a dire che il loro sostegno è molto importante per noi. Aggiungo che per noi è importante trasmettere loro ciò che noi stessi proviamo ad ogni singola nota.

Lei, però, avrà lasciato la musica entrare?

Lei, però, mi avrà sentito?

Capitolo 3 – Lucy

Capitolo 1 – Lucy

Prologo

Apro gli occhi e sospiro stancamente. Nemmeno questa notte sono riuscita a riposarmi sul serio. Gli incubi non mi lasciano mai in pace, sono così costanti e realistici che penso di aver semplicemente invertito la realtà e l’immaginazione.

Nonostante questo ho la certezza che sia questo il mondo reale dato che la cornice con la foto mia e di mio padre è crepata. Un ricordo lasciato da mia madre l’ultima volta che è venuta a trovarmi. Non mi ha mai amata, non ha mai amato papà… ha amato sempre e solo se stessa. E i soldi. Quelli li ama ancora e provvede a ricordarlo ogni volta che ci vediamo.

Mi alzo cercando di scacciare la mia vita in un angolo della mente ma non ci riesco e mentre mi pettino i capelli tutto torna indietro, riversandosi come ondate di whisky in un bicchiere immenso. Lo stesso che mia madre beve senza sapersi controllare. Mi sembra quasi di sentirne l’odore e mi affretto a lavarmi i denti per scacciarlo e sostituirlo con la menta del dentifricio.

-Hai delle cose da fare, Lucy. Persone che contano su di te. Tuo padre conta su di te.- Mi dico allo specchio, raddrizzandomi e alzando il mento. Non posso crollare o porto a fondo tutto quello che ha il mio cognome. Famiglie intere, amici e conoscenti.

Prima di uscire dal bagno mi ripeto le stesse cose che mio padre mi ha detto poco prima di morire. Le sue parole mi hanno mancata a vita e posso solo ringraziarlo.

Mia madre è un’approfittatrice che vanta diritti sui soldi che papà ha lasciato a me. Mio padre era un gran uomo d’affari. Devo gestire tutto alla meglio. Devo dirigere un’azienda ed evitare uomini che vogliono solo infilarsi sotto la mia gonna per riuscire poi a sostituire mio padre. Ma io non sono stupida.

Ho vent’anni e ho dovuto imparare e adattarmi velocemente a tutto quello che vuol dire lavoro d’ufficio e lavoro con le cifre. Per mia fortuna mio padre mi ha lasciata poco dopo il mio diploma o probabilmente avrei mollato tutto per non dover rinunciare a quello che ha costruito mattone dopo mattone nell’arco di tutta una vita.

Mi sforzo di sorridere al mio riflesso e mi trucco leggermente concedendomi solamente un filo di mascara, un leggero accenno di matita nera all’angolo degli occhi e un rossetto color carne. Non ho mai sopportato il dover diventare un manichino a forza di strati e strati di creme e colori diversi.

Ormai decisamente sveglia raggiungo l’armadio ma l’occhio mi cade sul calendario appeso poco lontano e sospiro nel notare il cerchio rosso attorno alla data di oggi. Non ho alcuna voglia di partecipare alla riunione di una delle filiali presenti in città ma immagino di non avere altra scelta, non ho nemmeno una scusa valida per saltarla.

Accarezzo lentamente un vestito in raso ma mi rendo conto di non poterlo indossare. Non lo metto da molto tempo in verità. Fare la donna d’affari mi prende troppo tempo e quello che era e che resta il mio sogno non è più raggiungibile. Osservo la mia figura riflettersi nello specchio a muro e mi concedo qualche posa sexy prima di scoppiare a ridere.

-No, Lucy, non sarai mai una modella.- Mi ripeto anche questa mattina.

Ho rifiutato troppe offerte di lavoro per poter entrare in quel mondo. È ancora il mio sogno ma ho dovuto scegliere e non ho intenzione di lasciare le redini dell’azienda a qualcun altro per soddisfare un mio capriccio.

L’orologio mi indica che posso concedermi ancora mezz’ora quindi prendo il vestito che ho sfiorato poco prima e lo indosso. Faccio qualche passo chiudendo gli occhi e immaginando di percorrere una delle passerelle più famose e scintillanti del mondo. I giornalisti mi osservano a bocca aperta mentre i fotografi mi accecano cercando di aggiudicarsi la foto migliore. Mio padre mi sorride dalla prima fila e in modo del tutto fugace gli accarezzo la mano, traendone l’energia per andare avanti. Quando mi scontro con il muro color crema della mia stanza sono costretta a riaprire gli occhi e tutto sparisce.

Tossisco appena, deglutendo poi per riprendere il controllo sulla mia mente e sul mio corpo. Mi volto e noto che le lancette si sono spostate anche troppo velocemente per il mio gusto. Torno al mio armadio e riappendo il vestito cosciente di non toccarlo più per molto tempo, troppo tempo. La mia carriera è morta con mio padre. Questi anni dovrei usarli per farmi conoscere, costruire un’immagine sul mio nome ma non posso farlo senza mollare tutto.

-Non sarai sempre bella, Lucy. Ma sarai sempre ricca.- Sento dire alle mie spalle e mi volto di scatto ma non c’è nessuno. Inspiro tutta l’aria che riesco a catturare e scaccio la voce di mia madre dalla mia mente. Odio quando di intromette nella mia vita anche in modo indiretto.

Per quanto faccia male devo però darle ragione. Prima o poi spero di trovare un ragazzo che mi ami per ciò che sono e non per i miei soldi. E di certo poi voglio una famiglia, non potrei mai chiedere il permesso per ogni cosa che faccio. Non sono certo stupida, so che il mondo che sogno non è solo brillantini e abiti firmati. Forse è anche più rigido di quello in cui mi trovo a lavorare ora.

In ogni caso non abbandonerei mai ciò che mio padre ha costruito in una vita intera; questo è quello che mi rimane di lui oltre alle foto e ai ricordi.

Mi sposto verso la parte piu’ casual dell’armadio e scelgo in maniera abbastanza casuale un paio di jeans chiari e una camicetta abbastanza anonima. Non mi piace essere appariscente a queste riunioni. Preferisco che gli sguardi dei miei dipendenti siano rivolti a me, ai fogli che distribuisco, e non al mio seno.

Infilo velocemente i fascicoli stampati ieri sera nella borsa e con le chiavi in mano mi dirigo all’uscita. Mi fermo giusto un attimo dopo aver aperto la porta di casa e abbasso lo sguardo sui miei piedi.

-Vai convinta, Lucy, ti prenderanno sicuramente sul serio se ti presenti con le pantofole a coniglietto.-

Corro velocemente verso la scarpiera situata in una piccola stanza che da’ sull’atrio e lancio le pantofole per sostituirle con un paio di sandali con il tacco. Non fa caldo, ma non è nemmeno freddo.

Esco di casa e notando il sole che spende mi decido di lasciare la macchina nel garage. Posso fare una passeggiata e rimandare, in questo modo, il più possibile la riunione di questo pomeriggio. Le strade sono piene di persone che passeggiano e parlano, tutti hanno cose da fare e questo mi fa sentire un po’ più a mio agio. Un po’ meno diversa e vulnerabile.

Vedo ragazze della mia età o poco più grandi che spingono passeggini mentre altre preferiscono tenere il figlio in braccio. Mi saltano agli occhi anche le coppie che si tengono per mano e i gruppi di amiche e amici che ridono allegramente.

Mi rendo conto di starmi mordendo il labbro con troppa forza così distolgo lo sguardo e cerco di concentrarmi su altro. Non posso distrarmi, anche volendo non avrei il tempo o la possibilità di un qualche legame affettivo. L’ultima volta che sono stata con qualcuno non è finita benissimo, non ho intenzione di farmi prendere in giro di nuovo. Ora come ora sia amici che uomini non vedono me, la mia anima o i miei pensieri; riescono a vedere solo la mia posizione sociale e non ho bisogno di questo tipo di persone o di questo tipo di relazione. È già un mondo difficile da affrontare normalmente, figurarsi se devo fingermi felice anche in casa o nel tempo libero.

Mi impongo quindi di prestare l’attenzione ad altro e così mi ripeto per la millesima volta il discorso che ho intenzione di fare fra poco. Mi perdo nelle statistiche dei clienti e nei numeri che ho memorizzato ieri sera ma non demordo e riprendo da capo. Non posso mostrarmi insicura, non davanti ad un branco di uomini che non fano altro che parlarmi alle spalle dicendo che sono un completo disastro e che non riuscirò mai a integrarmi del tutto.

Non mi rendo nemmeno conto di finire addosso ad una persona e quando mi fermo ormai è troppo tardi. Non capisco nemmeno cosa succede nei pochi secondi seguenti ma tutto ciò che avverto sono due braccia muscolose che mi reggono. Guardo a terra e sento il viso prendermi fuoco. Non so più camminare! Oltre all’aver dato fastidio a qualcuno sono riuscita anche a farmi soccorrere. Ho quasi timore a guardare l’uomo che mi ha salvato in faccia ma mi obbligo ad alzare lo sguardo. Merita almeno un ringraziamento, oltre a delle scuse.

-Stai bene?- La sua voce profonda mi spiazza, non riesco nemmeno a descriverla.

Avverto una ciocca di capelli fuori posto e velocemente me la sistemo dietro l’orecchio, incrociando i suoi occhi azzurri e restando in apnea per qualche secondo. È un colore così intenso eppure così sbiadito che rischio di perdermici. Il clacson di una macchina mi riporta alla realtà.

-Sì, grazie, non… non ti avevo visto.- Ammetto imbarazzata, cercando di evitare il suo sguardo per non restare senza parole. -Stavo pensando a una cosa.- Aggiungo.

Lui sembra divertito e non so se devo esserne infastidita o meno. A primo impatto pensavo di essere caduta fra le braccia di un uomo molto atletico ma quello che ho davanti è un ragazzo, probabilmente con qualche anno più di me, ma pur sempre un ragazzo. Uno che, a quanto pare, ama la palestra.

-Non devi giustificarti, io ero in mezzo ai piedi quindi ho la mia parte di colpa.- Solo dopo aver finito di parlare mi lascia andare e si mette le mani in tasca con noncuranza, alzando le spalle.

Annuisco alle sue parole ma non posso fare a meno di chiedermi se, in ogni caso, non sarei andata a finire addosso a qualcun altro pochi passi più avanti. Sento i suoi occhi su di me e non riesco a salutarlo e andare via. C’è qualcosa che mi tiene ferma qui, davanti a lui.

-E cosa ci facevi esattamente in mezzo alla strada?- Chiedo curiosa, alzando gli occhi nei suoi e restando fulminata da quella particolare tonalità d’azzurro. Abbasso velocemente lo sguardo come scottata poi per non sembrare inopportuna. Sono davvero un pozzo in cui ho paura di guardare troppo.

-Mi sono perso.- Risponde lui, divertito dalla propria frase. –Dovrei arrivare alla sala concerti ma ho fatto qualche deviazione e sono finito qui.- Spiega alzando una mano a grattarsi la nuca. –I miei compagni mi uccideranno.-

-Posso accompagnarti.- Propongo senza pensarci due volte, è la scusa che stavo aspettando per saltare la riunione.

-Davvero? Non hai altro da fare?- La sua voce sembra quasi la mia coscienza ma ho deciso che per oggi non ho intenzione di darle retta. Sono stufa di essere esaminati da uomini in piena crisi di mezza età. –Comunque io sono Derek.- Aggiunge porgendomi la mano.

-Lucy.- Mormoro ma nel vederlo abbassarsi per baciarmi il dorso della mano sento le guance andare a fuoco. Penso sia una prima volta, nessuno è mai stato così galante con me.

Per un periodo ho anche pensato che fosse qualcosa che succede solo nei film, soprattutto nelle pellicole d’epoca. Invece questo ragazzo appena incrociato mi sta facendo riconsiderare anche troppe cose che davo per scontate. Anche se non dovessi più rivederlo saprei che, nel mondo, ancora esistono uomini che baciano la mano. Per un attimo un altro pensiero si insinua nella mia mente e in una frazione di secondo mi ritrovo a desiderare altri suoi baci, non sulla mano questa volta. Non appena mi rendo conto delle immagini che la mia mente ha creato faccio un passo in avanti fingendo un colpo di tosse.

-Da questa parte.- Aggiungo poi quando lui mi affianca.

-Ci sei già stata?- Mi domanda, alzando le braccia e legandosi i capelli lunghi con un elastico.

Sono quasi più belli dei miei. È assurdo. Questo ragazzo è assurdo.

-Dove?- Chiedo senza capire il soggetto della sua domanda. Restando ipotizzata dal labirinto di vene che gli coprono l’avambraccio.

-Ad un concerto in quel posto.- Risponde tornando a mettere le mani in tasca e io mi ritrovo a distogliere lo sguardo velocemente e pregare che non mi abbia notata. Probabilmente pensa che sia strana o pazza… e non è ciò che voglio.

-Potresti venire a quello di questa sera.- Propone interpretando il mio silenzio. –Io ci vado.-

-Ah sì? E chi suona?- Chiedo poco dopo. So di aver letto  il nome da qualche parte su un volantino ma ora non riesco proprio a riportarlo a galla.

-Io.- Il suo sorriso si allarga mentre mi guarda. Sono spiazzata.

-Ah sì? Quindi se succede qualcosa e’ te che posso incolpare.- Non voglio dargli la certezza e la soddisfazione di farmi uscire di testa. Ho imparato a resistere a un bel viso e a dei bei muscoli. Anche se vorrei tanto non farlo.  –La sala è mia.- Mi spiego poi, vedendolo in difficoltà. Poco dopo riconosco l’edificio che stavamo cercando e mi fermo per indicarlo. -Era di mio padre.- Spiego con un mezzo sorriso. La sua espressione mi diverte ma non posso ridergli in faccia. Quasi sicuramente ha fatto lo stesso ragionamento di tutti gli altri: se entro nelle sue grazie divento ricco. Forse potrei fare un’eccezione e farlo entrare nei miei pantaloni, ma di certo non avrà altro. -È morto e ora è mia.-

-Quindi verrai?- Chiede di nuovo, voltandosi verso di me dopo aver fatto qualche passo in direzione del palazzo che gli ho indicato poco prima.

Non so cosa dirgli. Se rifiuto mi tocca presentarmi alla riunione che cerco di evitare da questa mattina, sorbirmi discorsi noiosi che mi porteranno di certo a sbottare contro l’incapace di turno e finirei a letto per poi ricominciare tutto da capo domani mattina. Non so se voglio farlo, forse mi merito una pausa. Decido di concedermi una follia e annuisco piano. Tanto cosa può succedere? È un musicista, sparirà nello stesso modo in cui è apparso. Almeno avrò nei ricordi da conservare e da riprendere in momenti bui o noiosi.

Uno strappa alla regola.

-Sarò nel backstage però.- Aggiungo poi.

Lui sorride soddisfatto, come se la sapesse lunga. Non aggiunge però nulla e si limita a salutarmi.

-Allora, forse, ci vedremo dopo il concerto.- Alza una mano in segno di saluto e si allontana velocemente da me, sparendo presto in mezzo a tutte le altre persone.

Mi servono diversi minuti per rendermi conto di cosa ho fatto e quando succede sono quasi a casa. Ho deciso che, se devo partecipare ad un concerto, mi devo cambiare. Controllo l’orologio e affretto il passo. Sono curiosa, molto curiosa. Voglio vedere come suona, cosa suona e se merita un po’ di attenzione. Se devo fare una follia almeno devo farla bene, non ha senso arrivare in ritardo. E poi, si dice che i musicisti ci sanno fare con le dita.

Capitolo 2 – Derek